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Viale Dante,
17
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Lecco, 15 maggio 2000
Sono un insegnante della formazione professionale di Erba (Co) e vivo a Lecco con la mia famiglia di cui fa parte una figlia portatrice di handicap, di otto anni e che frequenta la prima classe delle elementari.
Il mio impegno di genitore e di cittadino è andato aumentando sempre più negli ultimi anni fino a candidarmi, con l’appoggio delle associazioni che si occupano del disagio, quale componente del GLIP (Gruppo di Lavoro Interistituzionale Provinciale per l’handicap) del Provveditorato, già Ufficio Scolastico di Lecco.
Sono trascorsi solo sei mesi da quando lavoro in quest’importante organismo che vede riuniti attorno al tavolo il Comune, L’ASL, il Provveditorato e i rappresentanti delle Associazioni di genitori e dei disabili, ma ho subito "toccato con mano" cosa vuol dire parlare dell’handicap e tenerlo al di fuori della porta.
Infatti sono l’unico componente del GLIP che vive il problema del disagio sulla propria pelle e ascolta, con comprensibile attenzione, quelli degli altri genitori.
In questi mesi ho fatto sentire la mia voce, ma soprattutto quella di quei genitori che non sanno, che non possono, che, impegnati nel disagio dell’handicap, non hanno potuto maturare una volontà di impegnarsi anche nelle sedi istituzionali.
Quest’impegno, come quello che quotidianamente profondiamo con e per i nostri figli, non è sufficiente per giungere ad un primo livello di conoscenza di tutto quello che ruota intorno all’area del disagio. Non mi riferisco solo alle mille leggi, decreti e norme attuative delle quali non sempre è facile venire a conoscenza, ma penso alle mille disfunzioni delle quali i nostri figli sono soggetti e/o oggetti inconsapevoli. Ma non solo i nostri figli!
In questi mesi ho accolto e fatto mio il problema delle nomine degli insegnanti di sostegno, chiedendo agli addetti ai lavori ma, ricevendo vaghe risposte, mi sono rivolto ai giornali locali denunciando un’inefficienza che da troppi anni perdura, senza che si riesca a capire dov’è l’origine e come prospettare gli eventuali rimedi. Troppi portatori di handicap sono abbandonati nelle mani, a volte volonterose, di quegli insegnanti, precari, perdenti cattedra e riciclati che, per entrare in ruolo su una certa cattedra, hanno chiesto il passaggio al sostegno. Quasi mai c’è stato un reale interesse o meglio una reale motivazione. D’altronde anche gli insegnanti "qualificati" possono, in qualsiasi momento, chiedere di tornare alla cattedra della quale erano titolari, ignorando il significato di "continuità didattica", e ignorando che il portatore di handicap è una persona che deve godere degli stessi diritti dei suoi coetanei, deve avere l’attenzione e la cura necessaria perché si faccia, non solo sulla carta, un percorso formativo nel quale si possa sentire protagonista.
Ancora una volta è messa a dura prova il nostro concetto di democrazia: da una parte i diritti acquisiti di una categoria di lavoratori, e dall’altra i diritti inviolabili dei destinatari di un servizio che ha un costo enorme per la comunità, ma che non soddisfa i contribuenti/cittadini/elettori/clienti. Forse si dovrebbe avere il coraggio di azzerare il numero delle norme, piuttosto che, tutte le volte e in tutti i campi, procedere per tentativi, aggiungendo leggi e leggine, mai ultimo compromesso di una catena infinita.
Ma questo non è solo un problema degli insegnanti di sostegno: è il problema di riuscire ad avere, quando inizia la scuola, tutti gli insegnanti che condurranno gli alunni alla fine dell’anno scolastico.
Devo confessare che nelle sedi istituzionali c’è molta resistenza dovuta in parte ai mille vincoli burocratici dei quali accennavo all’inizio, ma in massima parte alla difesa dello status quo, visto che si sono ormai creati certi equilibri che si teme di dover turbare.
Ho chiamato i rappresentanti sindacali del settore scuola della Provincia di Lecco per confrontarci sulle iniziative concrete onde evitare i disservizi che siamo costretti a subire ad ogni inizio anno scolastico. Mi riferisco in particolare alle nomine degli insegnanti che dovranno accompagnare gli allievi dal primo giorno di scuola fino all’ultimo. E’ certamente una dimostrazione di perdurante inefficienza e impotenza, questo rilevare un disservizio e non essere mai in grado di proporre un rimedio in una società e in una scuola nella quale sono sempre le fasce più deboli a dover subire i danni maggiori. Mi preoccupa questo modo di abituarci a non esercitare il diritto ad avere una scuola, un servizio che garantisca uno standard qualitativo che rimane solo sulla carta e, a volte, neppure sulla carta.
Ma questa è una battaglia che si combatte anche sul fronte dell’autonomia scolastica. Sarebbe infatti auspicabile che l’istituto che accolga i disabili, investa anche nella formazione dei docenti che dovranno seguirli, nella continuità didattica, accertandosi che solo spinti dall’interesse (non ultimo quello economico) e dalla motivazione saranno in grado di trasferire "il sapere, il saper fare e il saper essere".
Dalla riunione alla quale hanno partecipato tutti tranne il rappresentante della CGIL che ha delegato quello della UIL, è emerso quanto segue:
Ma cosa faranno
(dove saranno parcheggiati) i figli di quei genitori che devono lavorare
entrambi?
Riguardo ai corsi
di formazione degli insegnanti e in particolare degli insegnanti di sostegno,
si ritiene necessario sollecitare l’Amministrazione Provinciale e il Provveditorato,
già Ufficio scolastico Provinciale, perché siano indetti
ogni anno corsi di qualificazione, in convenzione con le Università
(non dati in appalto ai privati, con un costo di 10 milioni!). Questo comporterebbe
il vantaggio di avere sempre il maggior numero di docenti aggiornati e
di diffondere la cultura dell’handicap e del disagio in un momento in cui
è sempre più difficile insegnare anche ai normodotati, in
un momento in cui tutti si affannano a fare grandi progetti nella speranza
di avere sovvenzioni, ma pochi riflettono sulla funzione del docente, sui
saperi minimi da trasmettere, su questa scuola che sta diventando solo
un "diplomificio". Sarebbe poi utile se ci fosse una graduatoria degli
insegnanti di sostegno, ma dopo un opportuno percorso formativo per verificarne
le motivazioni.
Abbiamo poi parlato
dell’eventuale conflitto tra graduatoria e continuità didattica.
Si conferma che il conflitto spesso esiste, ma soprattutto per i precari:
un modo per uscirne potrebbe consistere nel rendere obbligatorio seguire
corsi di aggiornamento rispetto alla didattica e all’integrazione. D’altronde
la legge 104 è molto esplicita a riguardo e ribadisce che il sostegno
è da riferirsi alla classe, quindi il docente di sostegno è
un inter pares nel consiglio di classe.
Alle superiori c’è il problema del limite dell’area: l’insegnante che è di sostegno in una materia non può esserlo nelle altre né può supplire l’insegnate assente abbandonando la classe.
Chi dovrà
risolvere questo problema?
E’ assolutamente
indispensabile che il docente di sostegno faccia riferimento agli specialisti,
che legga la Diagnosi Funzionale, che si attivi per dare il suo contributo
nel redigere il Profilo Dinamico Funzionale e il Piano Educativo Individualizzato.
Ma come sollecitare
le A.S.L. e le Aziende Ospedaliere perché si facciano carico delle
proprie responsabilità, là dove non siano chiari ruoli e
funzione, ma questa volta non per mancanza o inadeguatezza di leggi?
Infine perché
non riconoscere all’insegnante di sostegno il possesso di un ulteriore
titolo di studio e di verificate competenze professionali?
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