The beginning
Ufficialmente le prime notizie riguardanti
le malattie talassemiche compaiono nella letteratura nel 1925.
In quell’anno a Detroit, nel Michigan, due
pediatri (Cooley e Lee, 1925) descrivono in una brevissima comunicazione
(Fig. 1) all’American Pediatric Society 5 bambini con la cosiddetta “von
Jaksch’ disease” or “pseudoleukemic anemia” nei quali segnalano, però,
oltre alla splenomegalia “a peculiar mongoloid appearence” e alterazioni
ossee che vengono definite per il loro aspetto radiologico “pathognomonic
of this disease”. Successivamente segnalano (Cooley et al., 1927; Cooley
e Lee, 1932) la familiarità della malattia, la presenza in circolo
di eritroblasti, da cui il nome, dato in seguito, di anemia eritroblastica,
l’aspetto mongoloide della facies così evidente “that we wonder
that is has not been noted before”, e la provenienza dei malati esclusivamente
dall’Italia e dalla Grecia.
Casi sicuramente riferibili a questa affezione
erano stati però già segnalati in Italia molti anni prima
della comunicazione di Cooley e Lee: anzitutto da Fede (1889) e subito
dopo da Cardarelli (1890) che a Napoli la descrive in un’ampia relazione
alla Reale Accademia Medico-Chirurgica di Napoli; più tardi da Di
Cristina (1911), Caronia (1913), Francioni (1928), Auricchio (1928), Maccanti
(1928) e poi Careddu in Sardegna nel 1929. In tutte queste osservazioni
vengono segnalati in parte o al completo i caratteri specifici della malattia
(facies mongoloide, naso a sella, cranio voluminoso, familiarità)
ma se ne attribuisce genericamente la causa a rachitismo, malaria, lue,
tubercolosi, senza giungere, attraverso questi rilievi, ad una precisa
identificazione della malattia.
In base a tutte queste osservazioni raccolte
in Italia sull’anemia splenica infantile prima del 1925, Frontali nel 1940
e il suo Allievo Careddu nel 1941 ritengono di dover rivendicare la priorità
degli studiosi italiani nella scoperta della malattia, mentre il pediatra
Dondi (1936-37) ritiene che in Italia siano mancati studi sistematici completi
sulle manifestazioni specifiche della malattia, cioè proprio quelle
che hanno permesso poi agli Autori americani di descriverla come “una sindrome
nuova”.
Con la diagnosi di morbo di Cooley la malattia
viene descritta per la prima volta in Italia solo nel 1933: a Ferrara dal
radiologo Castagnari (1933) in un caso già inviato però con
la diagnosi di morbo di Cooley, dal pediatra Ortolani (1936).
Intanto in America in base alla provenienza
pressoché costante dei malati da paesi mediterranei (Italia, Grecia,
Siria) vengono proposti da Whipple e Bradford (1932) i nomi di “talassemia”
o “anemia mediterranea” che rimangono da allora incontrastati (specialmente
il primo) nella letteratura internazionale..
Nello stesso anno 1925 in cui in America
viene descritta l’anemia di Cooley, in Italia, e precisamente a Ferrara,
il medico Rietti descrive (Fig. 2) tre soggetti adulti (di cui due familiari)
che hanno il quadro clinico dell’ittero emolitico costituzionale, pur non
avendo mai avuto tipiche crisi emolitiche, e che presentano resistenze
globulari aumentate anziché diminuite. Pur non riuscendo a spiegare
questa anomalia e lungi dal mettere in dubbio la diagnosi di ittero emolitico,
l’Autore ritiene piuttosto che le sue osservazioni “giustifichino i più
gravi dubbi intorno alle idee dominanti sulla cosiddetta fragilità
globulare dell’ittero cronico acolurico”. Anche più tardi (Rietti,
1937), a proposito degli stessi tre casi, conferma che non si può
dubitare dell’esistenza di una forma di ittero emolitico costituzionale
con resistenza globulare aumentata. Greppi nel 1928 descrive altri due
casi per i quali giudica “inevitabile” la diagnosi di ittero emolitico.
Viceversa Micheli nel 1929, descrivendo un nuovo caso, afferma che le eccezioni
(e cioè i casi con aumento anziché diminuzione della resistenza
globulare) “non infirmano nemmeno in clinica, le regole e la regola nella
splenomegalia emolitica costituzionale suona diminuzione delle resistenze
osmotiche”. Giudica anche, con felice intuizione, che l’insufficiente emoglobinogenesi
presente nel malato sia “espressione probabile di un difetto costituzionale
della sintesi dell’emoglobina”.
Nella letteratura la malattia continua intanto
ad essere denominata ittero emolitico con resistenza globulare aumentata
(i.e.r.g.a.) o malattia di Rietti-Greppi-Micheli.
In America (Baltimora) nel 1940 Wintrobe et al.,
che ignorano la vasta letteratura italiana su questa affezione, la descrivono
in alcune famiglie italiane come una malattia nuova con il nome di “familial
hemopoietic disorder”.
Le osservazioni successive mettono in luce
dal 1925 fino ai primi anni ’40 vari aspetti comuni alle due affezioni.
Nei riguardi del quadro clinico appare subito
evidente che le manifestazioni sono le stesse in ambedue le affezioni e
differiscono soltanto per la loro diversa intensità (Dalla Volta,
1935; Frontali e Rasi, 1937; Chini, 1939; Wintrobe et al., 1940), tanto
che più tardi Dameshek (1943) distingue una forma lieve aneritroblastica
di malattia e una forma grave (l’anemia di Cooley).
Quanto alla causa delle due malattie molti
Autori ritengono, sia per lo i.e.r.g.a. (Rietti, 1925 e 1946; Testolin
et al., 1933; Testolin, 1936; Usseglio et al., 1934a-1934b-1935; Bettoni,
1935; Specie, 1941), sia per il morbo di Cooley (Frontali, 1934-35; Frontali
e Rasi, 1939), che questa causa sia un fattore emolitico costituzionale;
altri invece sostengono la presenza di un’alterazione primitiva dell’eritropoiesi
(Micheli, 1929; Micheli et al., 1935a; Introzzi, 1935; Bufano, 1936 e 1942;
Pontoni, 1942; Fornara, 1946), oppure l’intreccio di un fattore emolitico
e di un fattore midollare (Dondi, 1936; Momigliano Levi, 1937).
Tra i caratteri ematologici quello più
spesso esplorato in questi anni, senza tuttavia che gli Autori riescano
a spiegarlo, è l’aumento della resistenza globulare osmotica che
è costante nei malati di i.e.r.g.a. e frequente nei loro familiari.
In questa inutile ricerca passano più volte sotto gli occhi degli
osservatori (Greppi et al., 1930; Scotti Douglas e Dondi, 1931; Greppi,
1935; Rietti, 1937) soggetti sani che hanno tutti i caratteri ematologici
di quell’anomalia ereditaria che Silvestroni ed io scopriremo alcuni anni
dopo e chiameremo “microcitemia”. Ma questi soggetti non suscitano l’attenzione
degli studiosi né il loro interesse a proseguire le ricerche.
In queste indagini viene usato per lo studio della
resistenza globulare osmotica il metodo di Simmel che permette di esplorare
frazionatamente l’andamento della resistenza globulare in una serie di
soluzioni saline scalarmente diluite. Anche noi impiegheremo più
tardi questo metodo, che diverrà poi preziosissimo in tutte le nostre
ricerche sulle talassemie.
Senza nessun orientamento sulle cause che
lo determinano viene dunque spesso segnalato tra i caratteri familiari
in ambedue le malattie un aumento della resistenza globulare osmotica e,
più di rado, il quadro ematologico completo della microcitemia (Testolin
e Angelini, 1933; Usseglio e Massobrio, 1934; Usseglio e De Matteis, 1934;
Usseglio et al., 1935). Stranamente però in uno dei pochi casi in
cui la microcitemia è chiaramente descritta con tutti i suoi caratteri
nei due genitori di un malato di morbo di Cooley (Micheli et al., 1935b)
il fatto viene considerato dagli Autori solo un curioso riscontro, una
“coincidenza” e da Ferrata semplicemente un “fattore ambientale”. Anche
Wintrobe et al. (1940) descrivono nei due genitori di un malato di morbo
di Cooley, che segnalano in appendice ai loro casi di “familial hemopoietic
disorder”, il quadro completo della microcitemia in ambedue i genitori.
Ma anche in questo caso l’osservazione viene soltanto riferita e non promuove
nessun’altra ricerca.
In Italia nel 1937 Angelini, allievo di
Frontali, segnala nei genitori di 6 malati di morbo di Cooley una aumentata
resistenza globulare osmotica e una lieve iperbilirubinemia, ma ritiene
che queste siano manifestazioni di una diatesi unica ad impronta emolitica.
Nel 1937 Frontali e Rasi descrivono due
casi di i.e.r.g.a. ma non esaminano i familiari; due anni dopo (1939) descrivono
12 malati di morbo di Cooley ma non esaminano in nessun caso i familiari
(pur citando le precedenti ricerche di Angelini), e concludono che la malattia
è causata da una diatesi iperemolitica.
Chini et al. nel 1939 esaminano, senza nessun
preciso orientamento, molti e disparati caratteri nei familiari di un adulto
affetto da morbo di Cooley e trovano aumento o diminuzione della resistenza
globulare, iperemolisi non costante, iperplasia midollare eritroblastica,
alterazioni scheletriche, facies mongoloide e concludono che questi dati
documentano “la vastità e l’intensità dell’impronta morbosa”
che i portatori trasmettono ai loro discendenti. Nei riguardi dell’ereditarietà
ritengono “di oscuro significato” la presenza, segnalata da alcuni Autori
“di stimmate morbose in ambedue i genitori dei malati” e nel loro caso
giudicano che soltanto la madre sia trasmettitrice della tara.
Più chiaramente indirizzate all’interpretazione
del meccanismo genetico che dà origine al morbo di Cooley sono invece
le ricerche di Caminopetros (Fig. 3) in Grecia (1938) che riscontrando
iperresistenza globulare osmotica nei genitori dei malati (ma solo in 8
famiglie su 31 in ambedue i genitori) ipotizza una trasmissione ereditaria
recessiva della malattia attraverso questi soggetti sani, e le ricerche
di Gatto (1942) a Palermo, che, avendo trovato in 8 famiglie di malati
di morbo di Cooley la presenza in ambedue i genitori dei malati di iperresistenza
osmotica e di microciti, espone chiaramente l’ipotesi che i malati di morbo
di Cooley siano i soggetti omozigoti per un fattore ereditario trasmesso
da ambedue i genitori. In nessun caso però queste importanti osservazioni
suscitano l’interesse degli Autori e promuovono altre ricerche. Restano
isolate e dimenticate nella letteratura e in qualche caso (Gatto, 1951)
torneranno di nuovo alla luce solo dopo le nostre ricerche.
Queste erano dunque le osservazioni raccolte
sulla malattia di Rietti-Greppi-Micheli e sul morbo di Cooley in Italia
e nel nord America fino al 1942. Era emersa la forte somiglianza clinica
fra le due malattie, si era scoperta, sia pure attraverso un solo carattere
(la resistenza globulare osmotica aumentata) la presenza di un fattore
ematologico ereditario comune ad entrambe. Se, sulla base di questi rilievi,
le ricerche fossero state sviluppate sistematicamente e con chiare direttive,
forse sarebbe emersa già da allora la gravità del problema
della microcitemia in Italia e si sarebbe chiarito il meccanismo genetico
che dà origine al morbo di Cooley. Ma tutto questo non è
avvenuto.
Un incontro casuale: la microcitemia
Io ho conosciuto Ezio Silvestroni nel 1939
nella Clinica Medica dell’Università di Roma, allora diretta dal
Prof. C. Frugoni. Da allora ho lavorato con lui fino alla sua scomparsa,
nel 1990. Poi ho continuato da sola a dirigere quel Centro di Studi della
Microcitemia, che noi stessi avevamo creato in Roma nel 1954.
Nel 1942 stavamo completando uno studio
sul comportamento della resistenza globulare osmotica nei malati di cancro.
Tra i soggetti normali di controllo ne trovammo alcuni che presentavano
un insolito quadro ematologico caratterizzato costantemente da iperglobulia,
ipocromia, ridotto volume globulare, resistenza globulare osmotica aumentata,
evidenti alterazioni della morfologia eritrocitaria. Ecco, a confronto,
l’esame della resistenza globulare osmotica in un soggetto normale e nel
primo caso identificato di portatore sano di questa tara ematologica (Fig.
4).
L’esame, eseguito con il metodo di Simmel
e cioè con una serie di soluzioni saline scalarmente diluite a partire
dalla soluzione fisiologica, dimostra che in una di queste soluzioni (la
0,4 che ha una concentrazione salina di 0,36%) i globuli rossi del soggetto
normale sono tutti emolizzati, mentre quelli del portatore sano della tara
ematologica restano in parte non emolizzati. La differenza fra le due condizioni
è evidente ad occhio nudo ed entro pochi minuti (Fig. 5). Con questa
semplicissima ma preziosa tecnica, che noi abbiamo poi semplificato (Silvestroni
e Bianco, 1945a) ed impiegato sempre in associazione con lo studio della
morfologia eritrocitaria, abbiamo condotto tutte le nostre ricerche diagnostiche
ed epidemiologiche sulle talassemie.
Fin dalle prime osservazioni (7 portatori
dell’anomalia su 400 soggetti sani) apparve subito evidente che i caratteri
ematologici di questa tara erano sempre presenti contemporaneamente nel
portatore e si trasmettevano ereditariamente in blocco dai genitori ai
figli.
Era stata dunque identificata con tutti
i suoi caratteri la tara ematologica che caratterizza il portatore sano
dell’anomalia. Desidero qui ricordare, con molta gratitudine il Prof. Guido
Vernoni, Direttore dell’Istituto di Patologia Generale dell’Università,
che nelle difficoltà e nelle incertezze della fase iniziale delle
ricerche, fu per noi amico e guida preziosa.
Nonostante le gravissime difficoltà
degli anni di guerra, noi riuscimmo il 26 novembre 1943 a presentare
all’Accademia Medica di Roma (Fig. 6) i risultati di questa nostra prima
ricerca. Rilevammo subito già in questa comunicazione che i caratteri
ematologici dei soggetti erano identici a quelli segnalati, più
o meno completamente, nei familiari dei malati di i.e.r.g.a. e nei malati
stessi. Prospettammo quindi l’ipotesi che l’anomalia fosse il fattore ereditario
dal quale ha origine questa malattia.
L’ipotesi fu dapprima esplorata da Silvestroni
(1944) attraverso un esame analitico della letteratura (Rietti, 1946; Greppi,
1928; Wintrobe et al., 1940; Testolin e Angelini, 1933; Testolin, 1936;
Usseglio e Massobrio, 1934; Usseglio e De Matteis, 1934; Usseglio et al.,
1935) e subito dopo confermata con osservazioni personali (Silvestroni
e Bianco, 1946a) nelle quali lo studio completo delle famiglie dei malati
di i.e.r.g.a., dimostrò per la prima volta che la microcitemia è
costantemente presente almeno in uno dei due genitori del malato. E poiché
questa tara ematologica ha origine da un’alterazione primitiva dell’eritropoiesi
e non da un fattore emolitico primitivo, Silvestroni ritenne giusto (Silvestroni,
1944) classificare la malattia fra le anemie e non fra gli itteri emolitici
costituzionali, e propose di darle il nome di anemia microcitica costituzionale
(oggi talassemia intermedia).
Nel 1945 attraverso lo studio di altri 88 portatori
dell’anomalia, alla quale diamo il nome di microcitemia (Silvestroni e
Bianco, 1945b), e che è oggi la talassemia minima o trait talassemico,
confermiamo tutti i caratteri ematologici già segnalati in questi
soggetti (Silvestroni e Bianco, 1945c). La ricerca pubblicata in Italia
nel 1945 viene riportata da Wintrobe già nella II edizione del suo
Trattato di Ematologia (Wintrobe, 1946) e poi, insieme con un’altra nostra
pubblicazione (Silvestroni e Bianco, 1949), anche nella III edizione del
1951.
Il nostro laboratorio in tutti gli anni della
nostra permanenza in Clinica, è stato una modestissima stanza, senza
finestre, al piano terreno dell’Istituto, il cui solo apparecchio scientifico
era un microscopio (Fig. 7).
Alla comunicazione del 1943 all’Accademia
Medica di Roma era presente il pediatra Frontali (Frontali, 1943) il quale
chiese a Silvestroni, ricordando probabilmente le ricerche del suo Allievo
Angelini, se non riteneva possibile che le alterazioni ematologiche segnalate
in alcune famiglie, potessero predisporre oltreché allo i.e.r.g.a.
anche al morbo di Cooley. Silvestroni rispose che, tenendo conto di due
aspetti (paese di provenienza dei malati e familiarità) comuni alle
due affezioni, che non si poteva escludere che dalla stessa anomalia costituzionale
non potesse avere origine, oltreché il cosiddetto i.e.r.g.a., anche
il morbo di Cooley.
L’evidente importanza dell’argomento ci
spinse a proseguire subito le ricerche. Nell’estate 1945, partendo dagli
indirizzi avuti dagli Ospedali e dalle Cliniche Universitarie, raccogliemmo
in tutta Roma una casistica di malati di morbo di Cooley. Ma i risultati
(Silvestroni e Bianco, 1945b) non furono quelli attesi, anzitutto perché
in una parte dei casi (5 famiglie su 38) la diagnosi era sbagliata e poi
perché nelle rimanenti risultò, si, sempre presente la microcitemia
ma, proprio come già segnalato da Caminopetros, non sempre in entrambi
i genitori dei malati. Non raggiungemmo quindi una soluzione del problema
genetico del morbo di Cooley e continuammo le ricerche. Nell’estate del
1946 rispondendo ad un invito del Prof. Ortolani, Direttore dell’Istituto
Provinciale per l’Infanzia di Ferrara, ci recammo per la prima volta a
Ferrara con il nostro semplicissimo ma efficiente laboratorio “da campo”
(Fig. 8). Siamo tornati a Ferrara per altri 15 anni consecutivi sempre
durante i mesi estivi (invece delle vacanze), per lo studio di famiglie
microcitemiche (Figg. 9 e 10), di aspetti clinici del morbo di Cooley,
dell’incidenza della distribuzione geografica della microcitemia.
Questo quindicennio dal 1946 al 1960 è
stato per noi un fecondo e sereno periodo di lavoro. Le nostre fatiche
erano ampiamente compensate dall’assistenza cordiale e fruttuosa del Prof.
Ortolani e dei suoi Assistenti, dalla generosa ospitalità dell’Amministrazione
Provinciale di Ferrara e dalla grande disponibilità della popolazione
ferrarese alla quale va, senza retorica, il merito di aver reso realizzabile
in quegli anni una così grande mole di lavoro e il raggiungimento
di tanti positivi risultati.
Nello stesso anno 1946 noi abbiamo riferito (Fig.
6) in una comunicazione all’Accademia Medica di Roma (Silvestroni e Bianco,
1946b) di aver trovato nella prima casistica di malati di morbo di Cooley
raccolta a Ferrara la presenza in 38 famiglie su 40 della microcitemia
in ambedue i genitori dei malati e in altre due in uno solo. Il problema
genetico del morbo di Cooley poteva dirsi da quel momento già risolto:
la malattia aveva chiaramente origine dalla condizione omozigotica per
la microcitemia, anche se bisognava ancora trovare una spiegazione per
i casi discordanti con questa interpretazione. Queste eccezioni hanno continuato
a ripresentarsi puntualmente anche in seguito, ma sempre molto rare, nelle
complessive casistiche di altre 120 famiglie di malati di morbo di Cooley
(Silvestroni e Bianco, 1947a; Silvestroni e Bianco, 1947b; Silvestroni
e Bianco, 1948), ed hanno trovato spiegazione negli anni successivi (v.
oltre).
Il 1946 fu anche l’anno in cui, terminato il conflitto
mondiale, si riaprirono gli scambi culturali dei paesi europei con i paesi
d’oltreoceano e si scoprì che anche negli Stati Uniti erano state
condotte, spesso prendendo proprio lo spunto dalle precedenti ricerche
di Caminopetros, di Angelini e di Gatto, analoghe indagini in famiglie
di italiani e greci con malati di morbo di Cooley (Smith, 1943; Dameshek,
1943; Valentine e Neel, 1944).
Il quadro ematologico dei portatori sani dell’anomalia
viene sempre descritto con esattezza e completezza. Gli Autori indicano
con un termine nuovo, ma unico (“talassemia minor”) la condizione sia dei
portatori sani sia dei malati della forma lieve di malattia (la nostra
anemia microcitica costituzionale). Le conclusioni sul problema genetico
non sono però sempre concordanti fra i vari Autori. Secondo McIntosh
e Wood (1942) la malattia potrebbe essere causata dall’interazione di due
fattori dominanti non alleli. Secondo Smith (1942) la malattia grave e
quella lieve potrebbero essere espressioni di un fattore dominante variamente
espresso. Dameshek (1943) e Valentine e Neel (1944) in base allo studio
rispettivamente di 4 e di 3 famiglie con un figlio malato di morbo di Cooley,
propendono invece per l’ipotesi eterozigote-omozigote già proposta
da Caminopetros nel 1939. Vi sono dunque, fra gli studiosi americani come
fra quelli italiani della stessa epoca, iniziali incertezze e divergenze
di interpretazione che scompariranno solo in seguito ad altre, più
ampie ricerche.
E’ certo che nella letteratura italiana degli
anni di guerra i lavori degli Autori americani non erano conosciuti. Lo
stesso Neel ne ha dato atto in pubblicazioni nelle quali ha citato nostri
lavori (Neel, 1949) e in corrispondenza privata con noi in cui ha affermato
l’assoluta indipendenza fra i nostri e i suoi lavori. Non ci sono mai state
contestazioni di priorità né altre divergenze tra noi e questi
studiosi con alcuni dei quali (Caminopetros, Dameshek, Wintrobe) abbiamo
avuto anzi incontri e colloqui cordiali in occasione di loro visite a Roma.
Genetica delle microcitemie
Noi abbiamo studiato il comportamento ereditario
della microcitemia complessivamente su circa 1100 famiglie con un genitore
microcitemico e uno normale e su circa 200 con entrambi i genitori microcitemici.
Da queste e dalle precedenti ricerche di altri Autori è emerso,
come si è visto, il comportamento mendeliano dominante della tara,
documentato dalla presenza dei due distinti fenotipi previsti dalla legge:
quello del portatore eterozigote sano e quello dell’omozigote gravemente
malato.
Vi erano però due fatti contrastanti
con questa regola: i rari casi di malati di morbo di Cooley con un solo
genitore microcitemico, che in gran parte hanno trovato poi spiegazione
quando si è scoperta l’esistenza di varietà silenti di microcitemia,
che allora erano riconoscibili solo attraverso una osservazione esperta
ed attenta (Silvestroni, Bianco e Vallisneri, 1949); e la presenza di una
terza categoria di soggetti, descritti soprattutto nella letteratura italiana
e cioè i malati di anemia microcitica costituzionale, che hanno
gravità intermedia tra quella dell’omozigote gravemente malato e
quella dell’eterozigote sano, e che compaiono di solito in famiglie con
un solo genitore microcitemico (Silvestroni e Bianco, 1946a). Questi casi,
inspiegabili in base alla legge mendeliana della dominanza, hanno trovato
anch’essi spiegazione nei decenni successivi. Anzitutto la scoperta della
malattia microdrepanocitica (Silvestroni e Bianco, 1945c; Silvestroni e
Bianco, 1946c), malattia che ha un quadro clinico molto simile a quello
dell’anemia microcitica costituzionale (v. oltre), ha dimostrato che il
genitore non microcitemico può essere portatore di un altro difetto
ematologico ereditario ?le nostre “sindromi Cooley-simili” (Silvestroni
e Bianco, 1948)?. Poi si è scoperto che il genitore apparentemente
normale è, ancora più spesso che nel morbo di Cooley, portatore
di una talassemia silente. Infine è stata proposta, in via puramente
speculativa, da Silvestroni nel 1949, al 50° Congresso della Società
Italiana di Medicina Interna, l’ipotesi dell’esistenza di “geni modificatori”
capaci di attenuare o aggravare l’espressione del gene microcitemico principale:
un’ipotesi che ha trovato più tardi brillante conferma nella dimostrazione
della proprietà della ? talassemie, se associate all’omozigosi per
? microcitemie, di attenuare il quadro fenotipico della malattia.
Ricerche epidemiologiche
Nel periodo 1946-1960, contemporaneamente
alle ricerche cliniche e genetiche, abbiamo condotto indagini anche sulla
distribuzione geografica delle microcitemie in Italia (Silvestroni e Bianco,
1960; Silvestroni e Bianco, 1961): nel Delta Padano abbiamo esplorato 38
località ed esaminato 44.000 soggetti, trovando frequenze del 7%
nella parte più interna del territorio e del 18-19% nelle località
alla foce del Po; in Sicilia abbiamo esplorato 28 località ed esaminato
7.500 soggetti, trovando nei paesi più interni frequenze del 4-5%
e lungo la costa frequenze del 10-12%; nel Salento abbiamo esaminato 4.000
soggetti in 5 località trovando frequenze dal 5 all’11%; nella Sardegna
meridionale abbiamo esaminato complessivamente in 6 località 4.000
soggetti e trovato frequenze dal 17 al 27%. In Sardegna una ricerca successiva
(Carcassi, 1961) nella parte centrale e settentrionale dell’isola ha segnalato
frequenze quasi sempre del 20%, e un’altra in Calabria (Cavalcanti e Brancati,
1957) ha messo in luce frequenze dal 4 al 14% con punte massime del 20%.
Nel 1948 noi abbiamo esplorato anche tutte
le principali città delle regioni centrali e meridionali d’Italia,
trovando ovunque frequenze dell’1-2%.
Da tutte queste ricerche è emersa per la
prima volta (Fig. 11) una mappa dettagliata dell’incidenza della microcitemia
in Italia con i suoi densi focolai meridionali, insulari e del Delta Padano,
che è rimasta sostanzialmente invariata da allora; si è potuto
calcolare che in Italia esistono circa 2.500.000 portatori sani di microcitemia;
e soprattutto, si è avuta la prima, evidente dimostrazione delle
dimensioni sociali del problema della microcitemia in Italia e della conseguente
necessità di adeguati provvedimenti (Silvestroni, 1961).
La localizzazione geografica dei focolai
talassemici italiani ha permesso anche di ipotizzare una causa della persistenza
di questi focolai con così alta incidenza, nonostante la perdita
di geni che avviene ad ogni generazione attraverso i malati di morbo di
Cooley che non si riproducono. Le nostre ricerche mettevano in luce per
la prima volta una suggestiva coincidenza di distribuzione macrogeografica
delle microcitemie e della malaria e questo dato, segnalato (v. Modiano
et al., 1986) in un Simposio del 1948 a Pallanza dal genetista Montalenti
al genetista Haldane, permise a questo di ipotizzare che una maggiore resistenza
alla malaria perniciosa potesse essere stata nei secoli il fattore selettivo
positivo per l’eterozigote microcitemico in confronto all’omozigote sano.
Gli anni fra il 1942 e il 1960 sono stati
per noi anni di fecondo ma durissimo lavoro. A Roma negli anni di guerra
abbiamo sofferto privazioni, fame e bombardamenti in una città già
stremata dalle sofferenze della guerra e poi oppressa dalla dura dominazione
nazista; dopo il 1946 abbiamo dovuto affrontare le grandi fatiche delle
campagne estive di lavoro con tutti i disagi, le difficoltà, i pericoli
di una vita da pionieri, particolarmente intensi nelle regioni dell’Italia
meridionale. Non abbiamo avuto nessuna parentesi di vacanza o di riposo
per 20 anni. Di tutto questo periodo conserviamo però anche il ricordo
assai gradito dei lunghi soggiorni a Ferrara, allietati dall’amicizia fraterna,
oltreché dall’aiuto impareggiabile del Prof. Ortolani, del Dr. Vallisneri
e di tutti i medici dell’Istituto Provinciale per l’infanzia (Fig. 12).
La malattia microdrepanocitica
Nel novembre 1944 una giovane donna originaria
della provincia di Roma ci sembrò per il suo quadro clinico una
malata di anemia microcitica costituzionale. Nel suo sangue però
risultò presente il fenomeno falciforme che fu riscontrato anche
nel padre. La madre era morta ma il quadro ematologico della paziente,
del tutto simile a quello dell’anemia microcitica costituzionale (Fig.
13), e la presenza della microcitemia in alcuni parenti della madre ci
fecero diagnosticare in primo tempo che la malata fosse affetta da una
singolare associazione di anemia microcitica costituzionale e di anemia
drepanocitica (Silvestroni e Bianco, 1945d), ma subito dopo lo studio completo
di altre famiglie dimostrò che la malattia è causata dalla
presenza nel malato di due anomalie eritrocitarie: la microcitemia e la
falcemia. Questo aspetto valse alla malattia il nome di malattia micro-drepanocitica
(Silvestroni e Bianco, 1946c). Per molti anni la malattia è stata
denominata nella letteratura “malattia di Silvestroni e Bianco”, oggi è
la talassodrepanocitosi. Era il primo caso al mondo, mai contestato, di
una malattia dovuta all’associazione della microcitemia con un’Hb strutturalmente
abnorme, di cui furono segnalate, subito dopo, molte altre varietà
(microc/Hb C; microc/Hb D; microc/Hb O Arabia). Con la scoperta di questa
nuova malattia si era dunque aperto un nuovo capitolo dell’ematologia:
quello delle associazioni microcitemico-emoglobiniche che danno origine
a malattia e che sono state per questo denominate “associazioni interagenti”
(v. oltre).
Intanto nel 1949 Pauling et al. segnalano
che l’emoglobina presente nella sickle cell anemia (poi denominata Hb S)
ha una mobilità elettroforetica minore di quella dell’Hb abnorme
a causa di “defective hemoglobin molecules” e per questo definiscono la
malattia “a molecular disease”. Questa importante scoperta dà il
via agli studi elettroforetici dell’Hb nell’uomo. Applicando questa indagine
alle sindromi talassemiche, noi troviamo che nella malattia microdrepanocitica
l’Hb adulta è soltanto (o quasi soltanto) Hb S: è la prima
dimostrazione che in presenza di un gene microcitemico e uno non microcitemico
è compromessa solo l’espressione del gene microcitemico (compromissione
“allele-specifica”) ed è anche la prima segnalazione di una eterozigosi
mista microcitemico-emoglobinica “interagente”: cioè di una eterozigosi
per due difetti molecolari ad uno stesso locus globinico. In queste condizioni
l’Hb abnorme, se presente, come nella malattia microdrepanocitica, in altissima
quota, può esprimere tutte le sue proprietà funzionali, e,
se queste sono abnormi, causare malattia. E’ ciò che avviene, appunto,
nella malattia microdrepanocitica, che ha un quadro clinico grave, assai
simile a quello dell’anemia drepanocitica. La dimostrazione che un quadro
clinico evidente può avere origine dall’associazione nel malato
di un difetto microcitemico e un difetto emoglobinico strutturale, ha dato
spiegazione, come si è detto, dell’esistenza di famiglie di malati
di anemia microcitica costituzionale nelle quali un solo genitore è
microcitemico.
La malattia fu subito descritta oltreché
in Italia, anche in molti altri paesi del bacino mediterraneo e del nord
America. 10 anni dopo la sua scoperta se ne conoscevano già più
di 90 casi di cui 64 descritti in Italia da Silvestroni e Bianco (1955).
La maggior parte dei casi risultava originaria dalla Sicilia orientale
ove successive ricerche hanno confermato (Schilirò et al., 1981)
che la malattia microdrepanocitica è ancora più frequente
dell’anemia drepanocitica.
1943-1949: risposta degli studiosi italiani
alle nuove conoscenze
I risultati delle nostre ricerche suscitano
subito interesse ma anche contestazioni e contrasti tra noi e gli studiosi
dell’epoca.
Nel 1946 Rietti tornando sull’argomento
della malattia di Rietti-Greppi-Micheli conclude, dopo un’ampia revisione
della letteratura, che la classificazione dello i.e.r.g.a. fra le anemie
anziché fra le splenomegalie emolitiche, che Silvestroni ha proposto,
non può accogliersi senza riserve; e che a suo parere viceversa
è “inevitabile” allargare il capitolo delle splenomegalie emolitiche
per inserirvi anche lo i.e.r.g.a. ed altre malattie affini.
Chini in un lavoro compilato nel 1941, aggiornato
nel 1944 ma pubblicato per motivi bellici solo nel 1946 (Chini, 1946) ipotizza,
dopo un riesame di tutta la letteratura, che dallo i.e.r.g.a. possa derivare
per cause ancora sconosciute il morbo di Cooley. Ritiene che se verrà
confermata la presenza di stimmate ematologiche in ambedue i genitori del
malato di morbo di Cooley, non si potrà non dare importanza a questo
fatto. Due anni dopo torna su questo argomento (Chini, 1948) per affermare
invece di essersi sentito autorizzato fin dal 1941 ad ammettere che “l’ereditarietà
bilaterale” di una tara ematologica “doveva essere considerata come uno
dei fattori fondamentali nella patogenesi del morbo di Cooley” e che questa
ipotesi, confermata poi dalle ricerche di Gatto (1942) e di Autori americani
(Dameshek, 1943; Valentine e Neel, 1944) è accettata “solo in parte
da Silvestroni e Bianco”. A questo proposito egli cita solo le nostre prime
e non conclusive ricerche del 1945 (Silvestroni e Bianco, 1945b) e non
quelle successive (Silvestroni e Bianco, 1946a; Silvestroni e Bianco, 1947a;
Silvestroni e Bianco, 1947b) che avevano dimostrato già definitivamente
l’omozigotismo della tara ematologica nel morbo di Cooley. In questo lavoro
del 1948 l’Autore riferisce anche di avere “presunto” fin dal 1939 la grande
diffusione di questa tara in alcune popolazioni, che è stata poi
documentata dalle ricerche di Neel e Valentine (1945) nella popolazione
italiana del nord America e “successivamente”, anche da noi in Italia.
Solo nel 1949 in un lavoro riassuntivo sulle
“mediterranean hemopathic syndromes” Chini e Malaguzzi Valeri inseriscono,
a proposito della trasmissione bilaterale della tara ematologica nel morbo
di Cooley, anche i nostri due nomi al termine di un lungo elenco di altri
ricercatori.
In quegli anni del dopoguerra Chini veniva
spesso a Roma da Bari in visita al Prof. Frugoni e riceveva direttamente
da noi informazioni sulle nostre ricerche ed estratti delle nostre pubblicazioni.
Agli evidenti tentativi di Chini di dimostrare,
tacendo quanto più possibile i nostri contributi, di avere già
visto lui tutto ciò che in realtà era emerso dalle nostre
ricerche, noi non abbiamo mai risposto ufficialmente. E’ stato arbitro
e giudice tra noi il nostro comune maestro Frugoni che in colloqui diretti
e nelle annotazioni scritte di suo pugno in lavori di Chini (1948) e del
suo allievo Muratore (1947) non ha mancato di riconoscere imparzialmente,
l’importanza e la priorità dei risultati delle nostre ricerche.
Dopo un lungo silenzio, anche Gatto (1951)
riprende la parola per rivendicare in base alla sua precedente ricerca
del 1942 la priorità nel riconoscimento dei portatori eterozigoti
della tara ematologica e della obbligatorietà dell’omozigosi per
questa tara nel morbo di Cooley. Rileva di aver segnalato nel 1942 anche
l’importanza dell’esistenza nella popolazione dei portatori eterozigoti
della tara, “la cui frequenza già allora poteva stimarsi discreta”
(ma che né lui né Chini hanno mai studiato direttamente nella
popolazione).
Nel 1947 Momigliano Levi, allievo di Micheli,
che in passato ha già studiato lo i.e.r.g.a., dopo una minuziosa
analisi della letteratura conclude che quell’anemia ematologica che Silvestroni
e Bianco ritengono di avere per primi individuata in soggetti sani era
già ben nota nella letteratura precedente e allora si chiede: “in
che cosa consiste ciò che di veramente nuovo hanno posto in rilievo
Silvestroni e Bianco ?”. A suo parere hanno operato “il distacco puro e
semplice” dello i.e.r.g.a. “dalle splenomegalie emolitiche per includerlo
nel capitolo delle anemie” senza neppure avere elementi veramente dimostrativi
a sostegno di questo inquadramento. Conclude riaffermando la sua vecchia
concezione che in questa malattia abbiano un ruolo determinante non solo
il fattore anemico costituzionale ma anche un fattore emolitico.
Alla esplicita domanda e alle contestazioni
di Momigliano Levi (1947) noi rispondiamo (Silvestroni e Bianco, 1947c)
riassumendo tutto ciò che di veramente nuovo le nostre ricerche
hanno messo in luce: la scoperta e la completa descrizione della tara ematologica
con tutti i suoi caratteri (e non la sola iperresistenza osmotica) in soggetti
sani; la presenza dell’anomalia in tutte le regioni italiane e la sua frequenza
altissima nel Delta Padano (il solo territorio fino ad allora esplorato);
confermiamo la nostra classificazione dello i.e.r.g.a. fra le anemie avendo
dimostrato che il fattore costituzionale che dà origine alla malattia
è un’alterazione dell’eritropoiesi e non un fattore emolitico; e
che anche l’inefficacia della splenectomia e i reperti anatomo-patologici
confermano la sostanziale differenza eziopatogenetica di questa affezione
dall’ittero emolitico costituzionale.
Nel 1949 anche Frontali descrive nuovamente
i suoi due casi di i.e.r.g.a. del 1936 insieme con un caso di morbo di
Cooley. Non esegue esami ematologici dei genitori (pur citando le precedenti
ricerche del suo allievo Angelini nei familiari di questi malati); giudica
che le nostre ricerche abbiano dato “una maggiore risonanza” alle sue osservazioni
dimostrando “la grande diffusione” nelle stesse regioni da cui provengono
i malati di quella “peculiarità costituzionale” che noi abbiamo
denominato “microcitemia”. Conclude infine che la causa costituzionale
sia dello i.e.r.g.a. che del morbo di Cooley non sia soltanto questa anomalia
ematologica ma anche un’iperemolisi che è causata però dalla
minore durata di vita delle emazie.
Fra il 1946 e il 1948 altri due ricercatori
(Marmont e Bianchi, 1947; Marmont e Bianchi, 1948) ritengono di aver dimostrato
che la schistomicrocitosi e l’iperglobulia presenti nelle sindromi talassemiche
non sono caratteri primari della microcitemia, come noi affermiamo, ma
soltanto la conseguenza di un fenomeno regressivo di frammentazione delle
emazie nel sangue circolante. Silvestroni risponde, nella discussione al
50° Congresso Soc. It. Med. Int. del 1949, che il microcitemico sano
ha iperglobulia e microcitosi ma non schistocitosi, e che nei malati di
i.e.r.g.a. o di morbo di Cooley la presenza di micro-eritroblasti e micro-reticolociti
documenta l’origine midollare della schistomicrocitosi.
Nel 1948 un gruppo di assistenti del Prof.
Magrassi, cattedratico di Clinica Medica a Sassari e, come noi e Chini,
allievo del Prof. Frugoni, segnala (Leonardi et al., 1948), in base a ricerche
eseguite nella popolazione sarda, la presenza non della microcitemia con
il complesso di alterazioni ematologiche strettamente connesse tra loro,
che noi abbiamo “schematizzato”, ma di un grande polimorfismo di caratteri
ematologici (aumento o diminuzione della resistenza globulare osmotica,
volume globulare basso o alto, iperglobulia o anemia).
L’anno dopo Magrassi e il suo allievo Leonardi
(Magrassi e Leonardi, 1949) affermano che in base alle loro osservazioni
viene “automaticamente a cadere l’interpretazione di Silvestroni e Bianco
che la microcitemia si debba considerare espressione di una mutazione del
sistema eritropoietico” e ritengono invece molto più accettabile
l’origine della microcitosi dalla frammentazione globulare segnalata da
Marmont e Bianchi.
Nei riguardi del problema genetico del morbo
di Cooley, Magrassi, che non accetta la teoria dell’omozigotismo per la
microcitemia come causa della malattia, sostiene che noi accettiamo “semplicisticamente”
questa teoria pur essendo contraddetti dalle nostre stesse indagini: si
riferisce ovviamente anche lui alle solite nostre indagini preliminari
del 1945 (Silvestroni e Bianco, 1945b) senza citare (anche se siamo ormai
nel 1949) quelle successive e definitive (Silvestroni e Bianco, 1946b;
Silvestroni e Bianco, 1947b; Silvestroni e Bianco, 1948), che hanno dimostrato
con assoluta certezza l’origine della malattia dall’omozigotismo per la
microcitemia.
Alle contestazioni di Magrassi e della sua
Scuola noi abbiamo risposto solo più tardi attraverso la documentazione
analitica di tutti i risultati delle nostre ricerche, che fece parte della
relazione al 50° Congresso della Società Italiana di Medicina
Interna del 1949.
In sostanza in questa fase delle conoscenze
nessun ricercatore (salvo Frontali nella ricerca del 1949) accetta nei
riguardi dell’iperemolisi la nostra concezione che nello i.e.r.g.a. e nel
morbo di Cooley l’iperemolisi sia semplicemente una manifestazione secondaria
alla malformazione eritrocitaria. Nei riguardi della microcitemia le opinioni
sono divise tra coloro che ritengono la microcitemia un fatto già
ben noto nella letteratura precedente, e non quindi una nostra scoperta,
e coloro che viceversa ne negano l’esistenza, almeno con il caratteristico
quadro ematologico con cui noi l’abbiamo descritta. Infine, anche riguardo
alla genetica del morbo di Cooley i giudizi sono diversi: secondo alcuni
noi non accettiamo (ovviamente sbagliando) la teoria dell’omozigotismo;
secondo altri l’accettiamo ma per ultimi tra tutti i ricercatori.
Accanto a tutte queste voci dissenzienti,
la letteratura registra in quegli anni solo il giudizio positivo del pediatra
Fornara su tutte le nostre ricerche (Fornara, 1947), e l’ampia citazione
della scoperta della microcitemia nella monografia “Morbo di Cooley” di
Maggioni e Ascenzi (1948).
1949: il 50° Congresso della Società
Italiana di Medicina Interna
Preceduti da questi contrasti e contestazioni,
noi affrontiamo il 31 ottobre 1949 (Fig. 14) il Congresso nel quale Silvestroni
ha il compito di illustrare ufficialmente, per la prima volta, le nostre
ricerche sulle microcitemie e le malattie microcitemiche, sulla falcemia
e le malattie falcemiche (Silvestroni, 1949).
Silvestroni svolge una esauriente relazione, parla
anche della terapia trasfusionale che sta già praticando con successo
ai malati, e della prevenzione del morbo di Cooley che si può attuare
evitando il matrimonio fra microcitemici.
Concludendo i lavori della mattinata il Prof.
Di Guglielmo (Fig. 15), nuovo Direttore della Clinica Medica, sottolinea
(Di Guglielmo, 1949) “quanto lavoro è stato compiuto nell’ultimo
decennio per iniziative esclusivamente personali e quale prezioso contributo
è stato portato”.
Inaspettatamente, dei tanti studiosi che avevano
per vari aspetti contestato il nostro lavoro, sono presenti al Congresso
solo il Prof. Frontali e la coppia Marmont-Bianchi.
In discussione (50° Congresso Soc. It. Med.
Int, 1949: Discussione, pag. 52-92) la maggior parte degli interventi riguarda
la relazione di Silvestroni. Il genetista Montalenti concorda con la nostra
interpretazione che la microcitemia sia dovuta ad una singola coppia di
geni. L’antropologo Sergi, convinto dell’importanza dei nostri risultati,
chiede che l’esame per la microcitemia sia reso obbligatorio nelle scuole.
Il Prof. Ortolani che, come pediatra in un territorio fortemente colpito
dal morbo di Cooley, conosce molto bene le grandi difficoltà o addirittura
l’impossibilità di fare una diagnosi precoce, esprime tutto il suo
apprezzamento per la possibilità che noi soli gli abbiamo dato di
fare una diagnosi precoce e sicura del morbo di Cooley, esaminando con
il semplicissimo test di Simmel i genitori del malato e addirittura di
prevedere con questo esame se una coppia corre il rischio di avere figli
malati di morbo di Cooley o no. “Già questo solo fatto –afferma
Ortolani? dimostra l’importanza degli studi di Silvestroni e Bianco”.
Di parere ben diverso è invece il Prof.
Frontali che dopo essersi congratulato con il Prof. Silvestroni che ha
confermato con estese ricerche l’esistenza della microcitemia già
scoperta dalle ricerche sue e di Angelini, contesta proprio la validità
della ricerca della microcitemia nei genitori del malato come mezzo rapido
e sicuro di diagnosi: perché –egli dice? questa presenza non è
costante e quando manca nella madre indica che la regola dell’omozigotismo
non è assoluta; quindi è meglio affidarsi ai metodi diagnostici
tradizionali e cioè attendere la comparsa delle manifestazioni specifiche
della malattia. Quanto all’iperemolisi, invece, Frontali, come ha già
affermato per la prima volta in un lavoro dello stesso anno (Frontali,
1949), ammette finalmente che nelle malattie microcitemiche questa manifestazione
sia conseguenza solo della minore durata di vita di emazie geneticamente
alterate. Silvestroni risponde, riguardo alla priorità della scoperta
della microcitemia, che solo le ricerche di Bianco e sue hanno documentato
la grande frequenza e importanza di questa anomalia e chiarito i suoi rapporti
con le malattie microcitemiche, mentre delle ricerche di Angelini, Frontali
stesso non parlò affatto nel Congresso di Napoli del 1940, che trattava
appunto del morbo di Cooley. Quanto ai casi in cui la madre di un malato
di morbo di Cooley non risulta microcitemica, Silvestroni riferisce in
base alla sua personale esperienza che molto spesso si tratta soltanto
di forme molto lievi di microcitemia.
Nei giorni successivi al Congresso i giornali
riportano ampiamente i lavori di questa 3a giornata, che viene definita
“la più interessante e certo la più vivace di tutto il Congresso”,
ma segnalano anche i contrasti e le contestazioni di alcuni dei presenti
riguardo ai risultati del nostro lavoro.
Collaborazione con genetisti
Dopo il Congresso del 1949 il Prof. G. Montalenti,
allora Direttore dell’Istituto di Genetica dell’Università di Napoli,
essendo molto interessato allo studio delle microcitemie, ottiene dalla
Rockfeller Foundation contributi per proseguire le ricerche. Dall’inizio
degli anni ’50 noi incominciamo a svolgere in collaborazione con Montalenti
e i suoi allievi, ricerche genetiche sulle microcitemie. La più
importante di queste è ancora una volta un’indagine sul comportamento
ereditario della microcitemia che viene condotta (Bianco et al., 1952)
con criteri statistici su tutta la nostra casistica di circa 1.100 famiglie
con un genitore microcitemico e uno normale e circa 200 con i genitori
entrambi microcitemici, la quale conferma definitivamente i precedenti
risultati. Nel 1959 però solo il Prof. Montalenti riceve dall’Accademia
dei Lincei il Premio Nazionale per la Botanica e la Zoologia per il “vasto
gruppo di ricerche sulla genetica della microcitemia” e per la “raccolta
di una grande quantità di dati”. Con questo giudizio ci viene ovviamente
negato ogni merito nello svolgimento delle ricerche e anche nella semplice
raccolta dei dati.
Qualche anno dopo il Prof. Puntoni ci presenta
come candidati per il Premio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei, che
però non ci viene assegnato. In una lettera ad uno dei Commissari
del Premio il Prof. Puntoni elenca con esattezza tutte le nostre ricerche
e contesta con validi argomenti anche la precedente assegnazione del Premio
per la Botanica e la Zoologia al Prof. Montalenti.
Problemi e sviluppo dei lavori negli anni ’50
e ’60
Silvestroni ha partecipato fra il 1948 e
il 1952 a 4 concorsi per cattedra universitaria ma nonostante il valore
indiscusso del suo curriculum e della sua produzione scientifica non è
mai riuscito vincitore.
Conclusa questa amara vicenda, Silvestroni
si dedica alla realizzazione di un progetto di organizzazione su base governativa
della lotta contro le microcitemie. Di fronte alle Autorità Sanitarie
dell’epoca egli ha il solo ma valido appoggio delle nostre ricerche, della
dimostrazione delle dimensioni sociali del problema delle microcitemie
in Italia e della conseguente urgenza di avviare misure di assistenza e
prevenzione.
Nel 1953 egli chiede all’Alto Commissariato
per l’Igiene e la Sanità, l’istituzione di un Centro per l’assistenza
dei malati di morbo di Cooley, lo studio e la profilassi della malattia.
La proposta è accolta ma occorre trovare una sede per il futuro
Centro. Chiediamo aiuto al Prof. Puntoni, Preside della Facoltà
Medica e Direttore dell’Istituto d’Igiene dell’Università di Roma,
il quale ottiene l’autorizzazione ad ospitare il futuro Centro in alcuni
locali del piano seminterrato dell’Istituto d’Igiene ed ottiene dall’ACIS
il consenso per l’istituzione ufficiale di un Centro di Studi delle Microcitemie
e delle Anemie Microcitemiche in Roma (Fig. 16). Il Centro viene creato
e sotto la direzione di Ezio Silvestroni entra in funzione alla fine del
1954 e diviene, poco dopo, il nostro unico posto di lavoro: per me, anzi,
l’unico per tutta la vita.
Nel 1957, infatti, il Prof. Condorelli,
nuovo Direttore della Clinica Medica, non conferma nel loro ruolo di Assistenti
universitari i 9 assistenti delle precedenti scuole di Frugoni e Di Guglielmo,
perché –egli dice? la loro preparazione scientifica non è
adeguata all’indirizzo della sua scuola. Noi restiamo senza lavoro e senza
stipendio. Insieme con altri due colleghi io inizio però il ricorso
contro questo provvedimento, che dopo 7 anni di continui e spesso inspiegabili
rinvii, si risolve finalmente a nostro favore. Chiaramente noi non possiamo
riprendere il nostro posto di Assistenti in Clinica; quindi io mi dimetto
e continuo a lavorare solo al Centro della Microcitemia. Così l’aspirazione
ad una carriera universitaria è finita per sempre per Silvestroni
e per me.
Intanto però la nostra attività
al Centro della Microcitemia si espande. Nella seconda metà degli
anni ’50, eseguendo sistematicamente lo studio elettroforetico dell’Hb
noi esploriamo con una vasta serie di ricerche la presenza e la diffusione
di Hb abnormi in Italia (Silvestroni e Bianco, 1963). Troviamo soltanto
la presenza sporadica di alcune varietà emoglobiniche, una presenza
non rara dell’Hb L (oggi Hb Hasharon) nel ferrarese ed una statisticamente
rilevante, come si è già detto, dell’Hb S in Sicilia. Siamo
i primi in Italia a studiare il quadro emoglobinico in tutte le sindromi
microcitemiche. Nell’anemia microcitica costituzionale con Hb H dimostriamo
(Silvestroni et al., 1960a) l’esistenza di due frazioni emoglobiniche rapide,
che vengono giudicate da altri un errore di tecnica, ma nelle quali invece
noi segnaliamo (ancor prima che si conosca la composizione globinica di
queste frazioni) una sostanziale differenza: la più rapida (che
oggi sappiamo essere un tetramero di catene ?) ha, all’esame in UV, il
comportamento dell’Hb A e la seconda (Hb Bart’s e cioè un tetramero
di catene ?) ha il comportamento dell’Hb F. In 4 famiglie di Hb L studiate
a Ferrara (Silvestroni et al., 1960b) troviamo che la quota di Hb L è
di solito alta se il soggetto ha il quadro ematologico di una microcitemia
con quota normale di Hb A2 (oggi ? microcitemia) e bassa se ha il quadro
di una ? microcitemia o un quadro ematologico normale. Anche queste osservazioni
sono in anticipo sui tempi e avranno spiegazione solo qualche decennio
più tardi.
Identifichiamo (Silvestroni e Bianco, 1957)
soggetti sani con un quadro emoglobinico caratterizzato dalla presenza
isolata di Hb A2, che è stato sempre confermato nella letteratura
successiva, ma che non ha avuto ancora una spiegazione definitiva a livello
molecolare.
Diamo anche inizio alle prime operazioni di screening
fra gli alunni delle scuole elementari e ad interventi di divulgazione
nella popolazione adulta, dei concetti fondamentali della prevenzione della
malattia.
Tutte le nostre pubblicazioni di quei decenni
sull’epidemiologia delle microcitemie in Italia, sulle Hb abnormi e sull’organizzazione
della lotta contro le microcitemie, portano quasi sempre i nostri soli
due nomi e danno vita al binomio “Silvestroni-Bianco” che gli studenti
dell’epoca trovano anche nei loro libri di testo. In quegli anni compaiono
spesso su quotidiani e settimanali articoli che parlano del nostro Centro
e del nostro lavoro. In uno di questi un altro genetista, il Prof. Buzzati
Traverso, espone (Buzzati Traverso, 1951) su un settimanale (Fig. 17) i
più importanti risultati delle nostre ricerche, dalla scoperta della
microcitemia alla dimostrazione della sua grande diffusione in Italia e
al definitivo chiarimento del comportamento ereditario dell’anomalia, sottolineando
l’indipendenza dei nostri lavori da quelli contemporanei di Autori nord
americani. Illustra anche la suggestiva ipotesi storica, che le nostre
ricerche permettono di prospettare, di una remota provenienza della microcitemia
in Italia dalla Grecia (Silvestroni et al., 1952).
Il nostro test rapido di studio della resistenza
globulare osmotica in un’unica soluzione si diffonde ampiamente. Da Ferrara
il Dr. Vallisneri scrive a questo proposito a Silvestroni: “la vostra regola
è sempre più solida e malgrado le ostinate resistenze tutti
sono costretti a vedere il sole, anche mettendosi un paio di occhiali affumicati”.
Intanto il Centro (che è ancora l’unico
in Italia ad assicurare assistenza e cura ai malati) perfeziona ed estende
la sua attività soprattutto nel settore della terapia trasfusionale.
Ma in questo è ancora più efficace l’aiuto che viene dall’Ospedale
S. Eugenio dove Silvestroni, divenuto nel 1958 Primario Ematologo, crea
il primo reparto di degenza per i malati di morbo di Cooley, al quale incominciano
subito ad affluire malati dalle regioni meridionali ed insulari d’Italia,
che in breve tempo formano una schiera di circa 300 malati. Molti di questi
malati sono oggi quelli più anziani dei malati ancora viventi.
Tutto questo segnala drasticamente all’opinione
pubblica e alle Autorità Sanitarie l’impellente necessità
di estendere a tutte le regioni italiane più colpite dalla microcitemia
quella organizzazione già creata in Roma e in qualche altra città
(Ferrara, Cosenza, Napoli, Palermo, Cagliari), tramite istituzione di locali
Centri della Microcitemia. Nel 1961 Silvestroni traccia, sulla base della
propria esperienza, le direttive per la creazione di una completa organizzazione
e dei relativi servizi. Anche i tempi sono maturi. Il DPR n. 249 dell’11/2/1961
dello stesso anno 1961 indica le norme che il Ministero della Sanità
fissa per l’erogazione di contributi ad Enti ospedalieri impegnati nella
lotta contro le malattie sociali.
Con eccezionale rapidità Silvestroni ottiene
nello stesso anno 1961 dal Consiglio Superiore di Sanità la qualifica
di malattie sociali per tutte le sindromi microcitemiche e, con l’aiuto
del Prof. Puntoni, fonda nel novembre 1961 l’Associazione Nazionale per
la lotta contro le Microcitemie in Italia che assume la gestione del Centro.
Nel 1963 l’Associazione ottiene una convenzione novennale con il Ministero
della Sanità per il finanziamento del Centro della Microcitemia
di Roma, degli altri già creati e di quelli che verranno istituiti.
In pochissimi anni nasce (Fig. 18) una vasta
rete di 16 Centri (Silvestroni e Bianco, 1968; Silvestroni e Bianco, 1975),
con sede nelle regioni più fortemente microcitemiche, che rapidamente
iniziano la loro attività secondo gli indirizzi suggeriti dall’Associazione.
Questa organizzazione riceve l’encomio dell’OMS e viene presa a modello
dal Governo greco. I 4 Congressi che negli anni ’60 l’Associazione organizza
con la collaborazione dell’Istituto Italiano di Medicina Sociale dimostrano
che la produzione scientifica sulle microcitemie è ancora in prevalenza
italiana e si svolge per la massima parte nei Centri. Riassumendo tutte
le attività del Centro di Roma il Prof. Puntoni scrive già
nel 1959 (Puntoni, 1959a; Puntoni, 1959b): “questa è l’opera coraggiosamente
intrapresa da anni, con silenzio ma con tenacia, con rigore di metodi ma
con evidenti risultati, dal Centro della Microcitemia e dalle sue sezioni:
opera squisitamente profilattica che si inquadra tra i concetti più
elevati della prevenzione”. Qualche anno dopo, quando la rete nazionale
di Centri è completa e già funzionante, scriverà che
l’organizzazione sanitaria creata da noi “onora altamente la nostra nazione”,
e che i nostri Centri sono “i soli promotori di quella trasformazione culturale
delle popolazioni indispensabile per la prevenzione”. A Vibo Valentia nel
1969
Silvestroni riferisce che nel Lazio, per la prima volta al mondo, i malati
raggiungono già quasi tutti l’adolescenza o la giovinezza: “un miracolo
che ancora tutti ignorano”. Un’indagine successiva (Bianco, 1986) conferma
che nel Lazio il prolungamento di vita dei malati è in anticipo
rispetto a tutte le altre regioni italiane.
Intanto verso la metà degli anni
’50, viene scoperto il vasto e denso focolaio microcitemico del sud-est
asiatico, e questa drammatica scoperta trasferisce di colpo l’interesse
degli studiosi e la ricerca sulle talassemie (questo è il nome che
viene usato ormai correntemente nella letteratura per le sindromi microcitemiche)
sul piano internazionale. Le periodiche conferenze promosse dall’Accademia
delle Scienze di New York documentano l’interesse di tanti nuovi studiosi
per questo campo di ricerca e in particolare di alcuni: Lehman e Weatherall
in Gran Bretagna, Fessas in Grecia, Wasi in Thailandia.
Le conoscenze sulle talassemie crescono
rapidamente in tutti i paesi talassemici. Gli studi raggiungono il livello
globinico grazie ad una nuova tecnica messa a punto da Weatherall e Collaboratori
(Clegg et al., 1968), che permette di analizzare con esattezza il difetto
fondamentale dei geni talassemici e cioè la riduzione o l’assenza
di sintesi delle catene globiniche da parte del gene microcitemico.
Alla fine degli anni ’60 otteniamo dal Comune
di Roma la concessione di un terreno nell’ambito dell’Ospedale “L. Spallanzani”
di Roma, per la costruzione di un ospedale-asilo (oggi si direbbe ospedale
con day hospital) per i malati di anemia mediterranea. Otteniamo anche
un mutuo dal Ministero dei Lavori Pubblici e il progetto per la costruzione
è già pronto. Ma in Italia nascono nuovi gravi problemi,
che ci impediscono di realizzare questo programma.
Gli anni ’70 e ’80
All’inizio degli anni ’70 viene infatti introdotto
in Italia l’ordinamento regionale. La legge che lo istituisce decreta il
trasferimento dei compiti della prevenzione delle malattie dallo Stato
alle Regioni. Scade anche la nostra convenzione con il Ministero della
Sanità.
Nella difficile fase d’inizio della loro
attività le Regioni non riescono ad affrontare i nuovi compiti di
prevenzione delle malattie. Di conseguenza tutti i Centri della Microcitemia,
che sono ancora le sole strutture in cui si svolge l’assistenza dei malati,
cessano di funzionare, in attesa di riprendere il proprio lavoro alle dipendenze
della Regione, con grave danno per i malati.
Anche il Centro di Roma resta senza finanziamenti
e quasi inattivo per due anni, e incomincia a licenziare il personale.
Le difficili condizioni del momento impediscono di dare inizio al progetto
di costruzione dell’Ospedale, che viene quindi definitivamente abbandonato.
Nello stesso momento riceviamo anche la notizia che nell’Istituto d’Igiene,
in cui il Centro ha ancora sede, verrà creato un Centro Universitario
per la lotta contro le microcitemie che sostituirà il nostro (che
è solo un Centro privato) e che ovviamente non sarà più
diretto da noi. Un grave imprevisto impedisce però la realizzazione
di questo piano.
Alla la fine del 1974 riusciamo ad avere
dalla Regione Lazio il primo, modesto contributo per la prevenzione del
morbo di Cooley e nell’ottobre del 1975, dopo una fase di riorganizzazione,
diamo inizio allo screening dei microcitemici nella scuola media. In pochi
anni il nostro rapporto con la Regione Lazio si consolida, i finanziamenti
aumentano, riusciamo a trasferirci dai locali ormai insufficienti dell’Istituto
d’Igiene, ad altri più ampi, dove possiamo organizzare nuovi e più
attrezzati laboratori e riattivare tutto il nostro lavoro.
In questi stessi anni un grande fervore
di studi e di interventi organizzativi si sviluppa anche nel resto dell’Italia.
Sul piano organizzativo emerge la rifondazione dei vecchi Centri della
Microcitemia e la creazione di altri nuovi. Tra questi hanno particolare
rilievo per la loro eccellente attività, il Centro di Ferrara, diretto
dal Prof. Vullo che prosegue e sviluppa ampiamente tutte le attività
già avviate negli anni ’60; il Centro di Cagliari, diretto dal Prof.
Cao, che qualche anno dopo disporrà anche del moderno e attrezzato
Istituto per le microcitemie creato per iniziativa di Ezio Silvestroni
e del Prof. Macciotta, allora Direttore del Centro. Seguono molti altri
Centri nell’Italia meridionale, poi in Piemonte, Lombardia, Liguria.
Sul piano medico si approfondisce la conoscenza
di molti aspetti clinici delle malattie talassemiche soprattutto ad opera
del Centro di Ferrara; si perfezionano il regime trasfusionale e la terapia
ferrochelante; vengono redatti i primi protocolli terapeutici che divulgano
rapidamente i canoni essenziali della terapia fra tutti i Centri di assistenza.
La qualità e la durata di vita dei malati migliorano notevolmente.
Molti di essi raggiungono l’età adulta, si sposano, hanno figli.
Due nuovi Centri (quello di Pesaro del Prof.
Lucarelli e quello di Pescara diretto dal Prof. Torlontano) incominciano
ad eseguire con successo il trapianto di midollo osseo. Nascono molte Associazioni
di genitori dei malati che affiancano attivamente il lavoro dei medici.
Accanto a tutte queste nuove attività,
l’avvenimento predominante degli anni ’70 è però l’avvio
e il rapidissimo sviluppo degli studi molecolari nelle talassemie, che
porta alla scoperta di centinaia di difetti che rendono microcitemici i
geni globinici ?, ?, ? e ?. Vengono individuate le varietà più
frequenti di talassemia nei vari territori e così anche in Italia
la mappa delle talassemie passa dal livello ematologico ed emoglobinico
delle fasi precedenti a quello molecolare, e cioè all’ultimo e più
approfondito livello di analisi. La possibilità di scoprire con
certezza i difetti talassemici del DNA dei geni globinici dà (v.
oltre) un decisivo impulso anche all’applicazione della diagnosi prenatale.
In tutte queste ricerche è all’avanguardia in Italia il Centro di
Cagliari.
Gli studi molecolari richiedono però
apparecchiature e materiali d’uso molto costosi e ormai ben lontani da
quei pochi e semplicissimi mezzi che erano stati sufficienti all’inizio
per lo svolgimento delle ricerche sulle talassemie. Nonostante le difficoltà
finanziarie anche noi incominciamo ad attrezzarci per questi studi, ma
nel 1985 un nuovo ostacolo mette ancora una volta in pericolo la vita stessa
del Centro e blocca queste iniziative.
Fino a quell’anno gli introiti finanziari
del Centro provenivano in piccola parte dal contributo della Regione Lazio
per le attività di prevenzione e in parte predominante dal rimborso
da parte del Servizio Sanitario Nazionale delle spese per gli esami diagnostici.
Nel 1985 un improvviso provvedimento dell’Assessorato Regionale alla Sanità
crea un totale arresto del rimborso di queste prestazioni. Noi restiamo
per un anno senza finanziamenti e senza nessun aiuto, nonostante il clamore
di un’intensissima campagna di stampa. Riceviamo soltanto un nuovo invito
a cedere il nostro Centro all’Università, ma non accettiamo, anche
perché siamo in attesa di un intervento della Regione Lazio che
risolva il nostro problema. Ci giunge nel frattempo un inatteso ma provvidenziale
rimborso di precedenti prestazioni da parte dell’Assessorato Regionale
agli Enti Locali che ci permette di sopravvivere. Poco dopo, per iniziativa
dell’Assessore Regionale alla Sanità dell’epoca, on. V. Ziantoni,
e con la determinante collaborazione di due eccellenti funzionarie, le
Dr.ssa M.P. De Luca e M.C. Claudi, viene elaborato un nuovo testo di convenzione
che assicura all’Associazione un finanziamento annuo globale, direttamente
dalla Regione Lazio, per tutte le sue attività. Questa nuova, vantaggiosa
convenzione entra in vigore il 1° luglio 1987. L’Associazione diviene
da quel momento una struttura sanitaria ufficialmente riconosciuta e finanziata
dalla Regione Lazio.
La nuova stabilità finanziaria ci
permette di riavviare e sviluppare tutte le nostre attività e di
trasferirci in nuovi locali, in cui viene organizzato anche un settore
specifico per gli studi sul DNA. Questi studi si sviluppano rapidamente,
grazie alla completa attrezzatura del Centro e all’opera di validi Collaboratori
di cui il Centro ora dispone e con i loro risultati pongono in pochi anni
il Centro fra i più avanzati del settore in tutta Italia. Lo studio
del DNA globinico nelle coppie a rischio viene eseguito regolarmente nei
nostri laboratori. Viene definita la distribuzione delle varietà
molecolari di microcitemia nel Lazio (Cappabianca et al., 1995; Foglietta
et al., 1995); si scopre la notevole frequenza di alcune varietà
silenti di ? microcitemia (Bianco et al., 1997a) e di talassemie intermedie
molto lievi (Bianco et al., 1997b), rimaste fino ad allora confuse fra
le semplici eterozigosi ? talassemiche. Viene messa a punto una nuova,
validissima tecnica (Foglietta et al., 1996) per lo studio delle ? talassemie,
che viene subito adottata in molti laboratori. Io personalmente raccolgo
in due volumi, rispettivamente nel 1991 (Bianco Silvestroni, 1992) e nel
1998 (Bianco Silvestroni, 1998), tutte le più aggiornate conoscenze
sulla genetica, l’epidemiologia, la clinica e la prevenzione delle malattie
talassemiche.
La prevenzione dell’anemia mediterranea
La prevenzione dell’anemia mediterranea è
sempre stata uno dei nostri maggiori obbiettivi fin da quando le nostre
ricerche hanno segnalato le dimensioni sociali del problema delle microcitemie
in Italia e la possibilità di evitare la nascita di figli malati
evitando la procreazione tra microcitemici. Questa prevenzione pre-concezionale
però, sebbene molto facile a parole, era in realtà difficilmente
raggiungibile in pratica in un’epoca in cui la malattia era ancora completamente
sconosciuta sia alla popolazione che ai medici. Le difficoltà erano
dunque molto grandi e di gran lunga superiori alle possibilità di
qualsiasi iniziativa privata. Per questo Silvestroni aveva già sollecitato
in passato l’intervento delle Autorità Sanitarie, ed ottenuto fin
dagli anni ’50 e ’60 la partecipazione dell’Alto Commissariato per l’Igiene
e la Sanità e poi del Ministero della Sanità.
Negli anni ’70 l’intervento più idoneo
per la divulgazione delle conoscenze nella popolazione generale e soprattutto
fra i giovani, risulta ancora l’attuazione di un piano organico di informazione
e di screening fra adolescenti e giovani. Proprio in questa direttiva i
Centri della Microcitemia degli anni ’60 avevano già avviato gli
screening nella scuola media (Silvestroni e Bianco, 1968); e a Roma noi
avevamo eseguito negli anni ’60 e ’70 con ottimi risultati un analogo screening
fra gli studenti universitari (Del Vecchio et al., 1970). Infine nell’ottobre
1975 diamo inizio allo screening annuale nelle scuole medie di 1° grado
di tutta la regione.
Nel 1975 si scopre però che esiste
anche un’altra possibilità di prevenire l’anemia mediterranea. In
America infatti si dimostra (Kan et al., 1977) che si può diagnosticare
la malattia nel feto (la cosiddetta diagnosi prenatale) e, di conseguenza,
si può evitare la nascita del figlio ammalato interrompendo la gravidanza.
La nuova strategia viene subito accolta con grande favore dai giovani talassemici,
che così non hanno più nessuna limitazione nella scelta del
proprio coniuge (o compagno), ed hanno egualmente il vantaggio di evitare
la nascita di figli malati di anemia mediterranea.
La favorevole accoglienza di questa strategia
fa apparire di colpo inutili i faticosi screening scolastici e crea una
divergenza di opinione fra gli studiosi. Da un lato c’è la nostra
strategia che pur accettando e prospettando alle coppie a rischio come
mezzo di prevenzione anche la diagnosi prenatale, lascia tuttavia al suo
posto centrale e preminente nel piano di prevenzione lo screening scolastico
e post-scolastico dei giovani microcitemici. Noi riteniamo infatti più
giusto, anche sul piano morale, offrire ai giovani microcitemici tutti
i mezzi di prevenzione disponibili e quindi, oltre alla prevenzione post-concezionale,
anche quella pre-concezionale. Dall’altro lato c’è la strategia
degli studiosi che invece giudicano sufficienti per raggiungere la prevenzione,
la sola ricerca delle gravidanze a rischio, la diagnosi prenatale e l’aborto
selettivo dei feti ammalati.
I metodi di diagnosi prenatale dell’epoca
hanno ancora evidenti difficoltà tecniche per la raccolta del sangue
fetale e la diagnosi di talassemia, che io segnalo nel 1977 al Congresso
della Società Italiana di Ematologia di Torino (Bianco, 1977), ma
che verranno riconosciute solo 10 anni più tardi. In questo Congresso
il mio punto di vista viene aspramente contestato, però soltanto
fuori dell’aula, al termine della seduta. Intanto la letteratura ripresenta
(Editoriale, 1980), per scoraggiare nuove iniziative, i risultati negativi
di vecchi screening per la falcemia in negri americani e per la talassemia
in Grecia, volendo con ciò dare “a salutary lesson for entusiasts”;
vengono giudicati inutili ai fini della prevenzione gli screening scolastici
eseguiti dai Centri della Microcitemia; si prospetta il pericolo di danni
psicologici per i giovani che verranno diagnosticati microcitemici; si
aprono vivaci contestazioni anche sui test diagnostici impiegati negli
screening. E’ assai evidente una manovra di emarginazione nei nostri confronti
da parte della scienza ufficiale: siamo spesso esclusi dai Congressi in
cui si parla di prevenzione; se riusciamo ad intervenire suscitiamo evidente
imbarazzo e freddezza negli Organizzatori; ma più spesso non riusciamo
a prendere la parola, mentre poi riusciamo facilmente ad ascoltare nel
corridoio i commenti negativi o addirittura ironici sul nostro operato.
Anche la stampa registra, dopo i Congressi sulla prevenzione, la sensazione
che venga “lasciata volutamente in ombra, e non si sa perché, la
prevenzione tramite screening dei portatori”.
Intanto i nostri screening procedono regolarmente,
senza inconvenienti e con ottimi risultati (Figg. 19 e 20).
Oggi queste divergenze sono superate. Le
critiche sono cessate. Si è riconosciuta anche la validità
dei vecchi screening scolastici ai fini di una più rapida accettazione
della prevenzione post-concezionale. Lo screening scolastico è giustamente
considerato oggi un’importante operazione culturale e divulgativa di massa,
che non solo rispetta i diritti della minoranza, rendendo possibile anche
la prevenzione pre-concezionale, ma è preziosa per la stessa prevenzione
post-concezionale, poiché assicura alla coppia a rischio un’applicazione
consapevole, tempestiva e corretta dell’intero iter della diagnosi prenatale
e dell’eventuale aborto.
Gli screening scolastici si eseguono oggi
in quasi tutti i territori microcitemici italiani e di molti altri paesi.
Quanto ai risultati di prevenzione, una
recente inchiesta del Ministero della Sanità (Gualano e Quintavalle,
1995) indica che i livelli di prevenzione oscillano nelle varie regioni
italiane dal 50 al 100%.
Nel Lazio le nostre periodiche pubblicazioni
(Silvestroni et al., 1978; Bianco, 1988) ed i nostri Congressi (VI Congresso
Intern. di Roma, 1980; Convegno di Roma, 1994) documentano lo sviluppo
progressivo del piano di prevenzione. Gli archivi del Centro raccolgono
oggi (1999), 44.000 microcitemici in età fertile. Dal 1992 non è
più nato nel Lazio nessun malato salvo 2 del 1999, non causati però
da inefficienza del piano di prevenzione. Non è ancora possibile
stabilire con esattezza se a questo risultato concorra una quota di prevenzione
pre-concezionale. Per ora possiamo soltanto segnalare, come semplice dato
preliminare, un calo dell’incidenza della malattia nel Lazio dal 17,69/100.000
nascite del quadriennio ‘75-’78 al 12,78 del quadriennio ‘95-’98. Le cause
di questa riduzione dell’incidenza della malattia sono però ancora
tutte da esplorare.
Conclusioni
Con l’esattezza dei ricordi e la documentazione
dei fatti che può avere un testimone oculare e un protagonista,
ho ripercorso brevemente la storia delle microcitemie in Italia e la parte
che in questa storia hanno avuto, nel corso degli ultimi 60 anni, i contributi
di Ezio Silvestroni e miei. Abbiamo superato in questi decenni, come privati
cittadini, numerose e continue difficoltà ma siamo riusciti a mantenere
in vita quel Centro della Microcitemia di Roma che noi stessi abbiamo creato
nel 1954, e che svolge incessantemente da allora attività socio-sanitaria
di diagnosi, assistenza e prevenzione delle malattie microcitemiche, senza
scopi di lucro e a beneficio di tutta la popolazione. Questo Centro è
oggi per il Lazio e per molte altre regioni d’Italia, un qualificato Centro
di riferimento per tutti i problemi delle talassemie (Figg. 21, 22, 23,
24).
Debbo dare atto che negli ultimi 25 anni la sopravvivenza
e le attività del Centro sono state assicurate dall’aiuto concreto
ed ininterrotto della Regione Lazio. Esprimo quindi il mio più vivo
ringraziamento ai Presidenti della Giunta Regionale e agli Assessori Regionali
alla Sanità del Lazio che si sono succeduti in questi decenni, e
un particolare ringraziamento all’attuale Assessore Regionale alla Sanità
On. Lionello Cosentino per la sua disponibilità e grande sensibilità
per tutti i nostri problemi.