"Norme
recenti scaricano sull’handicap tagli sui costi e riciclaggio dei docenti
in esubero. Disabili, recupero a rischio"
ROMA — «Se
cede l’Italia, si compromette l’integrazione scolastica dei disabili
in tutta l’Europa»: questo dice chi lavora per l’integrazione nella
scuola ogni volta che incontra un operatore italiano. L’Italia ha infatti
un quadro normativo tra i più avanzati del mondo: e tutto il mondo
ci guarda, per vedere se l’integrazione è percorribile o è
un’utopia. Una bella responsabilità, non solo di fronte alle 113mila
famiglie italiane che hanno tra i loro membri un disabile, ma per le politiche
sociali di tutta Europa. Questo è vero anche se i confronti tra
i Paesi sono difficili: neppure l’Ocse sa quanti studenti in condizione
di handicap ci sono nelle scuole.
Da una ricerca
Ocse risulta che gli alunni «con bisogni educativi particolari»
sono il 17,08% in Finlandia e lo 0,74% in Turchia. In Italia sono l’1,27%
(da noi però non sono tenuti in considerazione i "bambini dotati",
che figurano nelle statistiche di altri Paesi). L’Italia è però
uno dei due Paesi che non ha fornito il numero degli alunni disabili che
studiano fuori dal sistema educativo normale: in Italia, salvo casi eccezionali,
i
disabili stanno
in classe con gli altri ragazzi. L’altro, il Canada, ha dichiarato all’Ocse
di voler «integrare tutti i minori con la loro individualità».
Anche la Danimarca, dove il metodo Montessori ha trovato la prima attuazione di massa, rifiuta di etichettare in maniera dettagliata i minori in condizione di handicap: nella tabella Ocse ha il 13% degli studenti «con bisogni educativi particolari» e solo l’1,6% studia fuori dal sistema educativo normale. In Finlandia fuori sono solo il 2,8%, rispetto al 17% di chi ha bisogno di un’educazione particolare. Ma il «non determinato» è solo di Italia e Canada, Paesi che offrono politiche sociali d’avanguardia, anche se qualcuno commenta che noi arriviamo prima con le leggi, loro con i fatti.
Ma veniamo alla
situazione italiana. «Nella finanziaria dello scorso anno — spiega
Mario Tortello, cultore di Pedagogia all’Università di Torino e
membro dell’Osservatorio sull’handicap presso il ministero della Pubblica
istruzione —
sono stati cambiati i parametri per l’assegnazione degli insegnanti di
sostegno. Prima ce n’era uno ogni 4 studenti disabili, ora uno ogni 138
studenti, tutti gli studenti: una cifra del tutto arbitraria, anche se
la proposta iniziale era 1 a 150. Nella società invece i portatori
di handicap aumentano, innanzitutto perché cresce l’età delle
madri, e con essa il rischio di malformazioni genetiche, e poi perché
aumentano le famiglie di immigrati, che raramente effettuano diagnosi prenatali.
Se a questo si aggiunge il calo demografico, è facile capire che
avremo sempre meno alunni e sempre più disabili». Non
era dunque il momento, secondo Tortello, di parametrare gli insegnanti
di sostegno. La finanziaria di quest’anno, oltretutto, ha tolto il tetto
dei 20 alunni nelle classi con un disabile. Ma, soprattutto, gli insegnanti
di classe non sono preparati ad affrontare il problema.
«Anche gli insegnanti di sostegno — afferma Nicola Quirico, presidente della FADIS, Federazione delle Associazioni Docenti per l’Integrazione Scolastica — saranno sempre meno preparati. È passato un provvedimento che permette di riciclare i docenti che rischiano di perdere il posto, magari perché insegnano materie in via di estinzione, come dattilografia o stenografia. Questi docenti svolgeranno un lavoro delicato come il sostegno non per scelta, ma per necessità. Inoltre, in violazione alla legge 104 del ’92, che prevede corsi biennali con 1.300 ore di formazione, la norma approvata consente di ottenere la qualifica di insegnanti di sostegno seguendo un corso "intensivo" di 450 ore, costato allo Stato tre miliardi e abbandonato da un terzo degli iscritti». Quirico contesta anche il parametro 1 a 138: «I portatori di handicap sono il 2% delle nascite — afferma. — Se a queste si aggiungono le disabilità sopraggiunte e il fatto che gli insegnanti di sostegno devono prendersi cura anche dei problemi linguistici e di adattamento culturale dei bambini che arrivano dall’estero, emerge quanto inadeguata sia questa cifra».
Meglio rinunciare,
allora? Meglio imitare la Germania, dove tutti i disabili sono educati
in strutture separate, ma con personale altamente e severamente specializzato
(e adeguatamente pagato), per recuperare le disabilità dei piccoli
tedeschi che sorridono dai manifesti di Oliviero Toscani? «Assolutamente
no — afferma Sergio Neri, ispettore presso il Ministero della Pubblica
Istruzione e responsabile dell’Osservatorio sull’handicap. — Basta confrontare
i nostri bambini down con quelli degli altri Paesi d’Europa, per vedere
che hanno una capacità di linguaggio e un’autonomia decisamente
superiore». E maggiore autonomia significa
possibilità
d’inserirsi nel mondo del lavoro, senza pesare sulla spesa sociale. Il
rischio, però, è che tagliando i costi oggi si finisca per
fallire domani: sacrificando non solo la fascia più debole del Paese,
ma deludendo il mondo, che guarda all’esperienza italiana con speranza
e rispetto.