IL SOLE 24 ORE
Scuola e professione
                      Sabato, 10 Ottobre 1998
Interventi di Mario Tortello, Nicola Quirico e Sergio Neri


"Norme recenti scaricano sull’handicap tagli sui costi e riciclaggio dei docenti in esubero. Disabili, recupero a rischio"


a cura di Maria Rosaria Zincone


ROMA — «Se cede l’Italia, si compromette l’integrazione scolastica dei  disabili in tutta l’Europa»: questo dice chi lavora per l’integrazione nella scuola ogni volta che incontra un operatore italiano. L’Italia ha infatti un quadro normativo tra i più avanzati del mondo: e tutto il mondo ci guarda, per vedere se l’integrazione è percorribile o è un’utopia. Una bella responsabilità, non solo di fronte alle 113mila famiglie italiane che hanno tra i loro membri un disabile, ma per le politiche sociali di tutta Europa. Questo è vero anche se i confronti tra i Paesi sono difficili: neppure l’Ocse sa quanti studenti in condizione di handicap ci sono nelle scuole.

Da una ricerca Ocse risulta che gli alunni «con bisogni educativi  particolari» sono il 17,08% in Finlandia e lo 0,74% in Turchia. In Italia sono l’1,27% (da noi però non sono tenuti in considerazione i "bambini dotati", che figurano nelle statistiche di altri Paesi). L’Italia è però uno dei due Paesi che non ha fornito il numero degli alunni disabili che studiano fuori dal sistema educativo normale: in Italia, salvo casi eccezionali, i
disabili stanno in classe con gli altri ragazzi. L’altro, il Canada, ha dichiarato all’Ocse di voler «integrare tutti i minori con la loro individualità».

Anche la Danimarca, dove il metodo Montessori ha trovato la prima attuazione di massa, rifiuta di etichettare in maniera dettagliata i minori in condizione di handicap: nella tabella Ocse ha il 13% degli studenti «con bisogni educativi particolari» e solo l’1,6% studia fuori dal sistema educativo normale. In Finlandia fuori sono solo il 2,8%, rispetto al 17% di chi ha bisogno di un’educazione particolare. Ma il «non determinato» è solo di Italia e Canada, Paesi che offrono politiche sociali d’avanguardia, anche se qualcuno commenta che noi arriviamo prima con le leggi, loro con i fatti.

Ma veniamo alla situazione italiana. «Nella finanziaria dello scorso anno — spiega Mario Tortello, cultore di Pedagogia all’Università di Torino e membro dell’Osservatorio sull’handicap presso il ministero della Pubblica
istruzione — sono stati cambiati i parametri per l’assegnazione degli insegnanti di sostegno. Prima ce n’era uno ogni 4 studenti disabili, ora uno ogni 138 studenti, tutti gli studenti: una cifra del tutto arbitraria, anche se la proposta iniziale era 1 a 150. Nella società invece i portatori di handicap aumentano, innanzitutto perché cresce l’età delle madri, e con essa il rischio di malformazioni genetiche, e poi perché aumentano le famiglie di immigrati, che raramente effettuano diagnosi prenatali. Se a questo si aggiunge il calo demografico, è facile capire che avremo sempre meno alunni e sempre più disabili».  Non era dunque il momento, secondo Tortello, di parametrare gli insegnanti di sostegno. La finanziaria di quest’anno, oltretutto, ha tolto il tetto dei 20 alunni nelle classi con un disabile. Ma, soprattutto, gli insegnanti di classe non sono preparati ad affrontare il problema.

«Anche gli insegnanti di sostegno — afferma Nicola Quirico, presidente della FADIS, Federazione delle Associazioni Docenti per l’Integrazione Scolastica — saranno sempre meno preparati. È passato un provvedimento che permette di riciclare i  docenti che rischiano di perdere il posto, magari perché insegnano materie in via di estinzione, come dattilografia o stenografia. Questi docenti svolgeranno un lavoro delicato come il sostegno non per scelta, ma per necessità. Inoltre, in violazione alla legge 104 del ’92, che prevede corsi biennali con 1.300 ore di formazione, la norma approvata consente di ottenere la qualifica di insegnanti di sostegno seguendo un corso "intensivo" di 450 ore, costato allo Stato tre miliardi e abbandonato da un terzo degli iscritti». Quirico contesta anche il parametro 1 a 138: «I portatori di handicap sono il 2% delle nascite — afferma. — Se a queste si aggiungono le disabilità sopraggiunte e il fatto che gli insegnanti di sostegno devono prendersi cura anche dei problemi linguistici e di adattamento culturale dei bambini che arrivano dall’estero, emerge quanto inadeguata sia questa cifra».

Meglio rinunciare, allora? Meglio imitare la Germania, dove tutti i disabili sono educati in strutture separate, ma con personale altamente e severamente specializzato (e adeguatamente pagato), per recuperare le disabilità dei piccoli tedeschi che sorridono dai manifesti di Oliviero  Toscani? «Assolutamente no — afferma Sergio Neri, ispettore presso il Ministero della Pubblica Istruzione e responsabile dell’Osservatorio sull’handicap. — Basta confrontare i nostri bambini down con quelli degli altri Paesi d’Europa, per vedere che hanno una capacità di linguaggio e un’autonomia decisamente superiore». E maggiore autonomia significa
possibilità d’inserirsi nel mondo del lavoro, senza pesare sulla spesa sociale. Il rischio, però, è che tagliando i costi oggi si finisca per fallire domani: sacrificando non solo la fascia più debole del Paese, ma deludendo il mondo, che guarda all’esperienza italiana con speranza e rispetto.


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