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Viaggio in turchia

Il G.A.F. dei gruppi Archeologici d'Italia ha realizzato un viaggio di studio in Turchia.
Svoltosi fra il 12 e il 18 settembre 2000, ha interessato i principali siti archeologici costieri della regione caria.
Lo spunto del viaggio è nato, oltre che dalla importanza archeologica di questa regione, anche dalla presenza di una missione archeologica italiana che studia il sito di Iasos fin dagli anni '60 e che da ca. 20 anni è diretta dalla dr. Fede Berti, direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara.
Siamo accompagnati da una preziosa guida, la dr. Paola Desantis, archeologa della Soprintendenza Archeologica dell'Emilia Romagna, membro della missione iasia ed esperta conoscitrice di questa importante regione.
L'arrivo a Izmir, l'antica Smirne, in un tiepido e profumato tramonto ci ripaga di un volo lungo e rocambolesco.
Raggiungiamo il nostro quartier generale, Marverde, nella baia di Bodrum dove trascorriamo il primo giorno ad esplorare la baia e a pianificare le tappe dei giorni a seguire.
Nostra prima meta è l'Isola greca di Kos, nell'Arcipelago delle Sporadi.
Ci imbarchiamo a Bodrum, dove gli alberi maestri dei kaikki bucano fitti il cielo turchese, non senza aver prima costellato la darsena di tozzi di pane, raccolti con avidità dai numerosi gatti randagi che popolano il porto.
Da un mare di cobalto spunta Kos, patria di Ippocrate, padre della scienza medica. Si vuole che egli tenesse lezione ai discepoli e curasse i malati nell'Asklepieion, centro medico e religioso consacrato ad Asclepio, figlio di Apollo e dio della medicina. Immerso in un bosco di cipressi, sacri, l'Asklepieion fu costruito nel corso del IV sec. a. C. su tre terrazze naturali. Dalla più elevata lo sguardo lambisce Kalimnos, Pserimos e la costa Turca.
La più antica è la terrazza centrale: qui, intorno al 350 a.C., fu eretto un altare in onore di Asclepio.
Nel II sec. al nucleo originario vennero accorpate la terrazza inferiore e quella superiore, dove un tempio dorico sovrastava l'intero complesso.
Ripercorrendo un fitto viale di cipressi torniamo in città, ricca di testimonianze di età ellenistica e romana. Ancora leggibile è l'impianto urbanistico di tipo ippodameo ed imponente vigila sulla stretta imboccatura del porto il Castello dei Cavalieri (1457), costruito reimpiegando parti di edifici più antichi.
Terminiamo la breve parentesi greca del nostro viaggio, con una piacevole e ristoratrice tappa alle cosiddette Thermae, sorgente di acque sulfuree che si getta direttamente nel mare, in un paesaggio mozzafiato!
Il secondo giorno è interamente dedicato a Iasos. All'inizio del paese spalanca le sue imposte turchesi la casa della missione italiana e qui ci accoglie Fede Berti per la visita agli scavi.
La città antica occupa una penisola ora collegata da un istmo alla terraferma, ma in antico separata da un canale navigabile. Entriamo nella città dalla porta aperta presso l'angolo NO della cinta muraria, che ci immette nell'agorà.
La piazza era circondata di portici, la fase ellenistica non doveva differire né strutturalmente né dimensionalmente da quella di epoca romana che ripercorriamo ora. La ristrutturazione monumentale risale al II sec. d.C.; i quattro porticati che la circondavano e il lastricato della piazza vennero rifatti in marmo bianco, fregi e cornici sono disposti ora sui piani dei portici.
Lasciata l'area forense, raggiungiamo fra gli ulivi il Santuario dedicato a Zeus Megistos, che si apre di fronte al porto grande e il teatro (IV sec. a.C.) arroccato sulle pendici orientali dell'isola, affiancato da quartieri residenziali disposti su terrazzi.
La sommità della collina è dominata dal Castello Bizantino che utilizza materiali di più antichi edifici dell'acropoli. Sulle terrazze che digradano verso la punta estrema dell'isola sorgono eleganti ville di epoca romana, arricchite da preziose decorazioni musive pavimentali e affreschi parietali.
Ci rifocilliamo nel piccolo porto animato dai numerosi gatti del paese e poi visitiamo il più interessante monumento della terraferma, il Balik Pazari, il cosiddetto mercato del pesce, in realtà monumento funerario circondato da un quadriportico che raccoglie ora, in un museo all'aperto, iscrizioni, frammenti architettonici, statue provenienti dalla città.
Il mausoleo risale al II sec. d. C.. Al centro del portico si eleva un tempio su alto podio, cui si accede a E da una gradinata, mentre a O si trova l'accesso alla camera funeraria con nicchie e banchine.
Il giorno successivo è dedicato al santuario di Labraunda che sorge, non lontano da Mylas (Milasa) su un fertile altopiano dove platani, noci, fichi e pioppi svettano verdi contro un cielo azzurro intenso e dove ricche sgorgano sorgenti di acqua già menzionate dagli antichi.
Ci inerpichiamo fino alla tomba, in blocchi megalitici, di Idrieo, fratello di Mausolo, della potente dinastia degli Ecatomnidi, cui va attribuita la maggior parte degli edifici monumentali del Santuario e che aveva la propria prima capitale a Milasa. Di lì, poi, scendiamo, ripercorrendo a ritroso le quattro grandi terrazze su cui si dispone il complesso.
Imponente e maestoso è l'Andron A, sala per banchetti con ampie finestre aperte sul rigoglioso paesaggio. Lungo i muri della cella è ancora visibile una bassa piattaforma sulla quale forse trovavano posto le klinai dei cortigiani durante le feste.
Sul medesimo terrazzo si leggono, ancora, le fondazioni arcaiche del tempio di Zeus Labrandeus (labris, doppia ascia), sostituito in età classica da un periptero sul cui architrave si trova un dedica di Idrieo.
Scendiamo la scalinata che ci conduce al terzo terrazzo ove troviamo l'Andron di Mausolo: l'aula, sul muro di fondo, si apre in un'esedra rettangolare, il porticato è scandito da due colonne in antis.
L'edifico era, con ogni probabilità, usato per feste e sacrifici che si celebravano annualmente nel santuario.
Un edificio di analoga struttura, ma di dimensioni minori, si trova sulla seconda terrazza che una larga gradinata collega ai propilei aperti sul terrazzo inferiore.
Questi, in stile ionico, presentano due colonne in antis e tre fornici. Al limite S-E, non ancora scavata, è una fontana rettangolare con copertura sorretta da colonne. Le fonti antiche tramandano che qui pesci dessero responsi ai devoti che gettavano loro cibo.
Una strada sacra, percorsa anticamente dalle processioni, collegava il santuario a Milasa.
Dedichiamo il giorno successivo a Bodrum, l'antica Alicarnasso. Qui Mausolo, potente satrapo di Caria, trasferì la capitale da Milasa e qui alla sua morte, nel 353 a.C., la moglie-sorella fece erigere un monumento funerario annoverato fra le sette meraviglie del mondo antico, opera degli architetti Satiro e Piteo e ornato dagli scultori Briasside e Leocare.
Dell'imponente costruzione, in antico alta 40 m., sormontata dalle statue di Mausolo e Artemisia e ornata da fregi sui quattro lati, non rimangono, ora, che poche vestigia: distrutta da un terremoto nel XIV sec. venne utilizzata come cava di materiali dai Cavalieri di S. Giovanni per la costruzione del Castello di S. Pietro, significativo esempio di architettura crociata in Oriente.
Nella tessitura muraria di questa poderosa fortezza osserviamo infatti frammenti provenienti dal Mausoleo. Entriamo nel castello passando via via sette porte; cinque sono le torri, ora dedicate ad esposizioni museali e a ricostruzioni di ambienti d'epoca.
Nel cortile inferiore la Cappella dei Cavalieri, trasformata in Moschea, ospita un accattivante allestimento museale: alle pareti i reperti, al centro lo spaccato ricostruttivo di un'antica nave commerciale.
Didatticamente efficace è pure l'antistante Museo all'aperto che ospita, sotto un porticato, rassegne tipologiche di anfore di diverse epoche e culture e significative ricostruzioni di attività lavorative, dalla macinatura del grano, alla spremitura delle olive e dell'uva.
All'ingresso del Cortile Superiore è il museo principale. La sezione dedicata all'archeologia subacquea è di grande impatto: in un vasto ambiente è stata ricostruita una nave, affondata 32 secoli fa e rinvenuta a 30 m. di profondità.
Dall'alto i visitatori possono osservare la ricostruzione dei fondali, della nave e dei suoi reperti, a grandezza naturale, mentre uno spaccato longitudinale mostra le caratteristiche strutturali dell'imbarcazione e il sistema di stoccaggio delle merci.
Raggiungiamo le Torri Francese e Italiana: da qui la vista è splendida sia verso il mare, cristallino, sia verso Bodrum, fra le cui vie rumorose e odorose di spezie ci perdiamo per il resto del giorno.
Il 5° giorno raggiungiamo Kaunos, importante città caria, solcata dai fiumi Kalbis e Indos. La barca scivola sulle acque ferme della palude delle sanguisughe, fra fitti canneti. Sulle pareti rocciose che fanno da quinta allo specchio lacustre si staglia, suggestiva, una necropoli rupestre.
La città si estende su un pendio, anticamente protetta da mura di cui restano vestigia di vari periodi (IV, III sec. a.C). Visitiamo il teatro poggiato al pendio orientale dell'Acropoli e le rovine delle terme di epoca romana, ancora imponenti.
Con la visita a Hierapolis entriamo in Frigia. La città, che risale al II sec. a.C. ebbe il suo floruit al tempo dei romani, specie in età severiana. Maestoso è il teatro con la skenè, ricostruita, ornata di preziosi rilievi della scuola di Afrodisia. Caratteristico della città era il Plutonion, apertura da cui fuoriusciva acido carbonico, luogo di culto, annesso al tempio di Apollo, dove sacerdoti eunuchi scendevano a prendere i responsi dell'oracolo. Hierapolis è famosa per le sorgenti di acqua calda; questa, ricca di minerali, lascia un deposito calcareo che ha creato un pianoro, in continua crescita, formato da conche bianchissime (Pamukkale, in turco: castello di cotone). La circondano necropoli fittamente costellate di monumenti in pietra calcarea di diverse tipologie: a tetto piano o a doppio spiovente, con copertura voltata a botte, a tumulo, sarcofagi su alta base.
Ormai il nostro viaggio volge al termine, riprendiamo, quindi, la strada verso N e raggiungiamo prima Mileto e poi Efeso.
A Mileto visitiamo il Santuario di Apollo Didimeo, sede di uno degli oracoli più venerati dell'antichità. Il tempio che visitiamo risale all'epoca ellenistica, progettato dagli architetti Paionios e Daphnis. E' diptero di 10 colonne sui lati brevi e 21 sui lunghi; in alzato restano solamente 3 colonne altissime (oltre 19 m.) e slanciate:l o immaginiamo, integro, come una foresta di marmo.
La cella presenta un profondo pronao, sulla parete di fondo si apre la porta del dio, perennemente aperta; la soglia è soprelevata ma, senza gradini, è inaccessibile ai fedeli.
Alla cella ipetra (adyton) si accede da due strette gallerie, voltate a botte. E' un grande cortile delimitato da imponenti pareti scandite da uno zoccolo e da possenti semipilastri in marmo .
Nella zona di fondo sono le vestigia del naiskos ionico tetrastilo che custodiva la statua di culto, nella parte anteriore erano il boschetto e la fonte sacra.
Una scalea di 22 gradini conduce alla porta del dio: da qui, probabilmente, i sacerdoti gridavano gli oracoli.
Lasciamo Mileto e raggiungiamo Efeso, importante centro, che la tradizione voleva fondato dalle Amazzoni, posto alla foce del Piccolo Meandro, sulle rive di un profondo golfo. Patria di filosofi e sede di una importante comunità cristiana in cui operarono Paolo di Tarso e Giovanni Evangelista, fu una delle città più ricche e popolose del mondo antico, come attestano l'impianto urbanistico e la ricchezza degli edifici che la Scuola Archeologica Austriaca ha scavato e restaurato con interventi ricostruttivi e integrativi di notevole impatto.
L'aspetto attuale è frutto di modifiche ed interventi di epoca romana e poi cristiana. Ripercorriamo le lunghe vie della città, lastricate in marmo bianco e fiancheggiate da portici, entriamo nelle terme di Scholastikia, ci soffermiamo davanti al tempio di Adriano dal fronte impreziosito da una trabeazione incurvata ad arco, attraversiamo i quartieri residenziali e scendiamo una breve gradinata che ci conduce alla biblioteca che Ti.Giulio Aquila Polemeano, in età adrianea, donò alla città per onorare la memoria del padre Celso. L'impianto è quadrangolare e una parete doppia aveva la funzione di preservare i testi dall'umidità e di permettere l'accesso ai ballatoi superiori e alla camera ipogea che custodiva il sarcofago di Celso, rendendo così duplice la funzione di questo edificio: pubblica e funeraria (Heroon) .
Monumentale la fronte, impreziosita da lesene e cornici e mossa da una complessa decorazione architettonica a nicchie ed edicole che ricevono le statue, allegorie delle virtù di Celso.
Un propileo raccorda la piazzetta della biblioteca all'agorà, a pianta quadrata, delimitata da portici a due navate, con orologio centrale.
Più a N, in una conca naturale del terreno si erge il grande teatro; l'assetto, di epoca ellenistica, subisce modifiche e rifacimenti in epoca romana, quando la scena è ricostruita su tre ordini sovrapposti. Dalla summa cavea dominiamo la Via Arcadiana, via principale di Efeso, quella che conduce al porto. Ampia e diritta, la strada, che fu teatro d'incontro fra Antonio e Cleopatra, era costantemente illuminata di notte, come poche altre vie nel mondo antico.
Un'altra strada, la stoà di Damiano, più a N, congiunge la città con il tempio di Artemide, ultima tappa del nostro viaggio.
Il Santuario , in origine legato al culto della dea della fecondità della terra, poi assimilata dai Greci ad Artemide, ha una storia molto antica, risalente già all' VIII sec. a.C. e conosce diverse fasi costruttive.
Il primo grande tempio in marmo si riconduce al mecenatismo di Creso, re di Lidia (metà VI sec. a C.), ma rivela diverse fasi fra la metà del Vie il principio del V sec. a.C.
Il tempio, di ordine ionico, era diptero (8 x 21 colonne); le colonne, slanciate, erano celatae, vale a dire decorate di rilievi nella parte inferiore. Andò completamente distrutto nel 356 a.C. da un incendio deliberatamente appiccato da Erostrato che decise di passare alla storia in questo modo.
Immediata e protratta nel tempo la ricostruzione ad opera dell'architetto Chirokrates che elevò su un'alta crepidine il monumento, conservando la pianta diptera ottastila e le colonne celatae della redazione precedente.
Di questo tempio, annoverato fra le sette meraviglie del mondo antico, al cui programma decorativo avrebbero lavorato gli scultori Skopas e Prassitele, non rimane ora che una colonna in alzato per anastilosi. Una recente immagine lo raffigura sommerso da acque stagnanti solcate da anatre ignare del suo maestoso passato.

Barbara Zappaterra


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