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ERCOLANO E POMPEI:
DUE TESORI SEPOLTI
Il 79 d.C.: una data che segnò in modo indelebile il
destino di due floride città.
Il Vesuvio erutta e una colata di lava e lapilli sotterra Pompei ed
Ercolano, destinandole all'oblio e ad un silenzio senza precedenti.
Con il tempo si perde la localizzazione delle due città, il loro
ricordo resta parte di antichi testi, unici testimoni di un fenomeno
naturale dalla portata devastante che ha spezzato il destino di due città
destinate ad essere ricche e prosperose.
L'oblio cui la lava aveva condannato Pompei ed Ercolano si infrange di
colpo nel 1710 un abitante di Resina, villaggio che si era sovrapposto
ad Ercolano, scavando un pozzo ritrova pregiati pezzi di marmo.
Al silenzio si sostituisce la curiosità.
Il sito comincia ad essere oggetto d'indagini:
- Il Principe d'Elboeuf, generale austriaco, stabilitosi a Portici viene
a conoscenza di ritrovamenti avvenuti nella zona e comincia una serie di
scavi propri.
Il risultato più concreto delle sue ricerche furono due statue
femminili:
dette "Piccola Ercolanense" e "Grande Ercolanense".
I destini d'Europa cambiano: alla dominazione austriaca si sostituisse
quella dei Borboni, anch'essi dimostrano subito un certo interesse per
gli scavi ad Ercolano e Pompei.
- Carlo III, sovrano illuminato ed ambizioso, dà un forte impulso agli
scavi di Ercolano.
Nel 1738 cominciano scavi sistematici nella zona operati con tecnica
mineraria, ossia con l'impiego di mine. Si trattava di un tipo di scavo
di tipo rudimentale e distruttivo, mirato solo al recupero di pezzi di
valore.
Si indaga la zona del teatro di Ercolano e si riporta alla luce la
Basilica.
- Nel 1748 cominciano gli scavi nella città di Pompei ad opera di
Alcubierre, studioso che aveva collaborato allo scavo di Ercolano. Gli
scavi riportano alla città con le sue strade, i vicoli, le abitazioni e
i suoi tesori.
Gli scavi ad Ercolano nel frattempo vedono la presenza di un grande
archeologo Weber, autore della scoperta della famosa VILLA DEI PAPIRI
con i suoi maestosi affreschi e con i preziosi rotoli di papiro,
provenienti dalla biblioteca del filosofo FILODEMO DI GADARA.
- Dopo l'unita d'Italia gli scavi di Ercolano e Pompei vengono ripresi
da due famosi archeologi: prima da Fiorelli nel 1860, poi dal Maiuri nel
1928.
L'impegno di grandi uomini dunque segna la rinascita di queste due città,
che grazie ad una scoperta del tutto casuale, sono state restituite alla
via e al mondo che le aveva viste scomparire.
Oggi Pompei è uno dei siti archeologici più famosi e visitati del
mondo, l'area esplorata copre una superficie di 20 kmq e ogni anno viene
visitata da più di un milione di persone.
Il tempo a Pompei e ad Ercolano si è fermato al momento dell'eruzione
del Vesuvio: gli abitanti sono stati sepolti dalla lava mentre cercavano
una via di fuga altri sono rimasti bloccati nelle loro case. Pompei ed
Ercolano dunque sono più che semplici testimonianze materiali del
passato, sono la concreta possibilità per gli studiosi di penetrare
nella vita quotidiana di una città: un'occasione davvero preziosa che
ha dato i suoi frutti.
Le maestose abitazioni dei nobili: le ville hanno restituito splendidi
mosaici ed affreschi, grazie ai quali e stato possibile individuare i
quattro stili della pittura pompeiana.
PRIMO STILE: detto ad INCROSTAZIONE, si limitava a rivestire le pareti
con finti blocchi o lastre di marmo colorati.
SECONDO STILE: L'illusione è affidata a motivi architettonici, scanditi
da finte colonne e dipinti a colori vivaci. L'origine teatrale di questo
stile è particolarmente evidente. Gli spazi prospettici sono scanditi
da pitture anche a grandi dimensioni, che raffigurano temi mitologici o
liturgici. Si ha un profondo realismo delle figure.
TERZO STILE: detto da PLINIO "COMPENDIARIO". Si trattava di
uno stile riassuntivo, schematico, aveva di fatto un carattere rapido e
coinciso, ma non privo di grazia e gusto. Stile che avrà grande fortuna
nel II e nel III secolo d.C.
QUARTO STILE: caratteristico dell'ultimo periodo pompeiano (40-79d.C).
Il gusto illusionistico resta, le architetture dipinte riacquistano
rilievo, moltiplicando virtuosisticamente piani e scorci. I quadri
figurati diventano più ricchi.
Un maestoso esempio del Secondo stile pompeiano si riscontra nella
famosa VILLA DEI MISTERI a Pompei.
A proposito dell'interpretazione dei celebri affreschi della villa di
recente è stata avanzata una nuova ipotesi interpretativa, che potrebbe
segnare una nuova svolta nella storia di Pompei.
La VILLA DEI MISTERI deve il suo nome proprio all'interpretazione degli
affreschi che decoravano i saloni della villa. Per Misteri si intendono
quelli che si identificano con il culto del dio Bacco, dio
dell'ebbrezza, "dell'uscita da sè".
In dettaglio gli affreschi, secondo questa prima interpretazione,
raffiguravano un contesto tipicamente misterico: un bambino che legge,
sotto lo sguardo amoroso di due donne; una ragazza che porta un vassoio
poi -di colpo- ecco comparire sulla scena un Sileno musicista, un
anziano Sileno che siede e assiste un giovane satiro nell'atto di bere
da una preziosa coppa.
In questo ambiente dalle atmosfere amene si ha poi la figura del dio
Bacco, che si appoggia mollemente sul grembo della bella Arianna, vicino
a loro donne che mostrano simboli fallici e che si disperano.
L'opinione comune degli studiosi si era assestata sulla seguente
interpretazione: l'affresco descriveva una scena fra le più segrete,
che si possono concepire, l'iniziazione ai misteri di Dioniso-Bacco.
A favore di questa tesi c'erano la presenza di Sileni e di donne
danzanti e sconvolte dall'ebbrezza, tipica del rito bacchico. Di
conseguenza tutte le scene erano state lette secondo questa chiave di
lettura, compresa l'immagine del bambino che legge.
L'opinione comune da sempre seguita circa l'interpretazione di tali
affreschi oggi è arrivata ad una svolta decisiva grazie al lavoro di un
noto studioso: PAUL VEYNE.
La sua tesi è molto semplice: l'affresco descriverebbe una scena di
nozze, con una madre della sposa fiera del figlio che ha imparato a
leggere e della figlia maggiore che può esibire il contratto di
matrimonio. La scena della toletta sarebbe dunque spiegata nell'ottica
della preparazione della sposa per il rito matrimoniale.
Veyne spiega la pertinenza nuziale di ogni singola scena portando come
termine di paragone un altro celebre dipinto, recante il tema nuziale,
ossia le NOZZA ALDOBRANDINI.
Veyne riesce a spiegare anche la presenza di Bacco e dei Sileni sulla
scena e proprio questa costituisce la parte più suggestiva della sua
tesi.
Secondo lui la presenza di Bacco tra le braccia di Arianna all'interno
di uno scenario di nozze ricopre lo spazio dell'immaginario del
"sogno".
Nell'immaginario collettivo greco le nozze di Bacco ed Arianna
costituiva il simbolo delle nozze e dell'amore coniugale, proprio per
questo non poteva mancare come simbologia. La vicenda della bella
Arianna, abbandonata dall'eroe Teseo, e ritrovata da Dioniso su una
spiaggia, richiamerebbe dunque lo sconvolgimento dato dal passo del
matrimonio, cesura tra la via fanciullesca e quella adulta.
Il tema bacchico dunque è usato solo come antecedente mitico di un
matrimonio felice, è un motivo augurale per le nozze di questa
fanciulla, che si appresta a lasciare l'adolescenza per entrare nella
vita adulta.
Naturalmente, come tutte le nuove tesi, anche l'interpretazione di Veyne
non mancherà di far discutere gli specialisti.
Tuttavia questa nuova e suggestiva tesi avanzata da Veyne riporta
comunque sulla scena il lavoro di interpretazione che ancora è in atto
per quanto riguarda gli affreschi delle ville pompeiane.
Il compito dello storico dell'arte davanti a questi affreschi di valore
inestimabile è dunque quello di dare una spiegazione, una corretta
interpretazione, ma ciò che l'autore dell'affresco voleva realmente
dire dipingendo sulla scena determinati elementi resterà per sempre
parte di quei silenti affreschi.
Nessuna firma, nessuna spiegazione visibile solo immagini, colori e
ombre del passato per questo le interpretazioni si alternano, si
rincorrono e si contraddicono. La verità ultima spetta solo al silenzio
di quegli affreschi, la voce degli studiosi è solo il tentativo di dare
un perchè ad un qualcosa che forse chiede di essere semplicemente
guardato ammirato per ciò che è.
La tesi di Veyne comunque riporta sulla scena il difficile iter
dell'interpretazione di un affresco, un'operazione con si può mai dire
del tutto terminata ed esaustiva, si tratta invece di un cammino sempre
aperto dove le nuove interpretazioni segnano nuove possibilità di
dibattito.
In fondo forse questa è realmente l'eredità più grande che con i loro
mosaici, le loro opere, i loro maestosi affreschi, gli antichi ci hanno
lasciato.
PARLARE DEL PASSATO SIGNIFICA ANCORA SFIDARE L'AZIONE DEL TEMPO PER
RESTITUIRE ALLE ROVINE L'ANTICO SPLENDORE.
Del resto ogni turista che si reca in visita a Pompei ammirando gli
splendidi affreschi delle ville sfida il tempo nel momento stesso in cui
rivolge lo sguardo a scene che racchiudono di per se stesse la grande
idea di passato e di "antico".
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