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IRAQ: LO SFREGIO E LA VERGOGNA.

Attraversare le strade di Baghdad, al sicuro dietro il finestrino di un vecchio taxi, è un’emozione fortissima. I segni della guerra sono ancora là tra la gente, che cammina lenta a testa bassa.

Li si scorge negli occhi di un bambino, che accenna un saluto, in quelli di una donna, che trascina un piccolo carretto.

I militari presidiano le vie principali e la macchina, che mi ospita, continua a fermarsi. E’ una città in ginocchio, che cerca di ritrovare una sua direzione, nella confusione di utopie, credi religiosi ed estremismi.

Tra palazzi divelti dalle bombe e case,ridotte in macerie, la visione del Iraq Museum diviene quasi un’apparizione fugace. L’imponenza, l’antico splendore ora non sono che segni di un passato lontano: quello che resta è il segno di una violazione vergognosa e insensata.

I cancelli sono serrati e l’ingresso è vietato, ma le tracce della guerra: quelle le ruspe non sono riuscite a cancellarle.

Le vetrine infrante con violenza, le statue gettate sul pavimento e calpestate, le stele prese e portate via, i magazzini forzati, gli ambienti del museo profanati dall’aridità e dall’avidità di individui privi qualsiasi coscienza…

Lo sfregio è grande e il museo, che per anni ha conservato alcuni dei grandi tesori della civiltà Sumera, Assira e Babilonese, oggi appare vuoto.

La guerra è arrivata, non ha rispettato né risparmiato nulla di questa città, di questo paese nemmeno il suo patrimonio artistico.

Gli esiti disastrosi di questo terribile conflitto sul grande patrimonio artistico e sui siti archeologici più conosciuti sono stati devastanti.

La storia di una civiltà, che si rispecchiava in tutte le opere architettoniche della città, e in ogni singola statua, stele, tavoletta incisa, è stata minacciata e in alcuni casi è stata lesionata.

Oltre la politica, oltre la ragion di stato, un patrimonio artistico e storico è stato depredato e sfregiato senza motivo.

La macchina si allontana, non è consentito sostare troppo a lungo.

L’area non è ancora sicura, eppure quell’immagine mi accompagna, come una fotografia in cui compare solo uno sfondo sbiadito.

Dovrò raccontare le mie impressioni, dovrò descrivere cosa ho visto, dovrò farlo…

Ma cosa è rimasto del Museo di Baghdad?

La risposta è oltre quel cancello chiuso, nei resti delle vetrine infrante, e nella disperata ricerca dei tesori artistici trafugati.

Non ho mai abitato in nessuna di queste case, segnate dalle bombe; non ho mai soggiornato in uno di questi alberghi scrostati, e non ho mai percorso queste strade polverose, prima di oggi, eppure sento di aver perduto qualcosa.

La cultura storica è un bene dell’intera umanità, senza alcuna distinzione tra Oriente e Occidente, è il segno tangibile di un percorso, che ha attraversato le varie epoche, lasciando resti importanti  e di inestimabile valore.

La vergogna più grande? Non credo  sia stata il trafugare fisicamente questi oggetti di arte, ma il pensare che avessero solo un bieco valor monetario.

La cultura materiale di un popolo è la sua anima più profonda e radicata.

Le vicende del Museo di Baghdad non devono essere dimenticate, come non devono essere dimenticati gli esiti di questa guerra sulla popolazione, perché una vergogna e uno sfregio tale non si ripetano.

Il mio viaggio continuerà su questi fogli, che presto diverranno un articolo, per ora conserverò per me l’amaro e il senso di impotenza di essere solo uno spettatore lontano.

                                                          Uno spettatore

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