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IL
SEPOLCRETO DEI FADIENI
ANTICA FAMIGLIA ROMANA NELLA CAMPAGNA FERRARESE
Da
un’intervista a Fede Berti, direttrice del Museo Archeologico
Nazionale di Ferrara
La mostra “MORS
INMATURA” ospitata nella Delizia estense del Verginese, fino
al 10 dicembre 2006, è di grande importanza, non solo
archeologica, ma anche storica. Offre l’opportunità di aprire una
finestra sul nostro passato, un’epoca lontana fra il I e II secolo d.C.,
quando sul territorio ferrarese percorso dall’antico ramo del Po, il Padovetere, si stabilirono e prosperarono famiglie
romane di antica stirpe, come i Fadieni, appartenenti alla tribù
rustica Camilia, una delle 35 alle quali erano assegnati i municipi
italici. Di loro, della loro vita e dei loro usi funerari ci parlano
cinque splendide stele rinvenute in territorio di Gambulaga nel corso di
due campagne di scavo, alla fine del 2002 e nel 2005, e soprattutto i
ricchi corredi delle loro sepolture.

La Delizia estense del Verginese
(come raggiungerla)
Le
stele, elementi significativi
Le stele sono state ritrovate rovesciate a terra a faccia in giù,
sganciate dai loro supporti, come a preservarle dalla distruzione del
tempo. A terra sono stati ritrovati, staccati, tre dei quattro acroteri
centrali, due dei quali raffigurano dei cinghialetti, un dato molto
interessante, poiché quasi mai queste lapidi sono dotate di acroterio
centrale, così come rara è la raffigurazione del cinghiale sulle
stele. Anche l’ultima stele, ritrovata nel 2005, ha raffigurata una
sfinge, altra particolarità rara. Come si sa, queste figure avevano il
compito di proteggere la sepoltura e in questo sepolcreto non mancano i
leoncini, scolpiti nello stesso blocco di pietra della stele. Le tombe,
attigue alle stele, a cassa di laterizio o a “cappuccina”,
comprendono 12 sepolture in tutto, per un numero imprecisato di
individui, racchiudono tutte dei
cinerari, in gran parte di vetro. Molto interessante l’organizzazione
topografica di questo insieme. Le stele erano allineate, col lato
decorato rivolto verso una strada, probabilmente una via di traffico o
di passaggio. Dietro le stele c’erano le piccole sepolture a
cremazione di coloro che sono menzionati sulle stele stesse, ma non solo
loro, come nel caso della stele con tre personaggi (padre, madre e
figlio) che nella sepoltura conteneva cinque defunti. Un po’ più
lontano e con un orientamento diverso ci sono due grandi casse laterizie
con cremazioni, riempite da terra di rogo (cremazioni indirette) che
contenevano materiali vari, monete e molti balsamari in vetro. Vicina a
queste è stata trovata una tomba a “cappuccina”, coperta con
tegole, contenente tre cinerari in bellissimo vetro soffiato dai
riflessi azzurri, due integri, che nella forma ricordano vasi analoghi
trovati a Ravenna e in aree archeologiche del Veneto, ma che sappiamo
diffusi anche in Lombardia (e Piemonte?) e che per la prima volta compaiono
nel ferrarese. Il corredo di queste tombe è composto da lucerne,
vasetti fittili, balsamari in vetro, qualche oggetto metallico e monete;
in particolare, sono molto belli i vetri e costituiranno una gioia per
gli occhi dei visitatori della mostra. Le monete testimoniano una
cronologia che va dall’età Giulio-Claudia (14-69 d.C), fino
all’inizio del II sec. d.C., mentre, con ogni probabilità, le tombe a
cassa sono le più recenti.
Il
rituale funerario
La presenza di molti balsamari si spiega col rituale funerario, che
comportava l’uso di profumi e di aromi da spalmare sul corpo del
defunto prima della cremazione. A Gambulaga tutte le cremazioni sono
indirette, i corpi erano
cremati in altro luogo, seguendo rituali precisi. Le ossa combuste,
raccolte dalla cenere, venivano lavate con latte e con vino, prima di
essere inserite nel cinerario. Il rituale si spiega con la convinzione
che la morte portasse contaminazione. Infatti, dopo il momento del lutto
e dei riti di separazione, dopo che corpo era cremato (come qui) o
inumato (l’inumazione diventa più frequente dal II sec., col
diffondersi di culti misterici e, successivamente, anche con
l’affermarsi del cristianesimo),
cominciava un periodo di purificazione di diversi giorni, che
coinvolgeva tutti coloro che in qualche modo erano stati in contatto col
morto. In epoca Repubblicana, proprio per la correlazione tra morte e
contaminazione, sappiamo che le esequie e tutti i riti funebri dovevano
avvenire di notte (di qui la presenza nelle sepolture di lucerne), onde
evitare di contaminare, con il passaggio del feretro, la vita quotidiana
dei cittadini. Tutti dovevano restare lontani dai morti, tranne i
componenti della sua famiglia. Fonti storiche ci dicono, anche, che chi
moriva in casa, poco prima del trapasso, veniva posto col letto fuori
dalle stanze, nell’atrio, o, addirittura sulla porta, con i piedi
rivolti verso l’esterno e sulla soglia era piantato un ramo
d’albero, come segnale del lutto. Al morto si chiudevano subito gli
occhi, che venivano riaperti quando era posto sul rogo, perché vedesse
il cielo per l’ultima volta. Ovviamente, nel rito intervenivano le
prefiche, con lamenti e canti funebri, che si prolungavano secondo le
possibilità economiche della famiglia.
Il
sepolcreto
Il luogo della sepoltura era un luogo sacro, un luogo religioso, ubicato
nei pressi di centri urbani o sulle grandi vie di comunicazione (come la
via Appia). Norme precise stabilivano quali spazi erano destinati alle
sepolture anche nelle proprietà private, dove, di solito, era scelto un
angolo del possedimento terriero di famiglia. A Gambulaga il sepolcreto
era un proprio un angolo della proprietà dei Fadieni, una superficie
non coltivabile, destinata solo alle sepolture dei membri di questa
famiglia. Il sepolcreto, in quanto locus religiosus, non poteva
mutare destinazione, né essere venduto e le volontà dei defunti erano
fissate per sempre, inoltre chi lo violava incorreva in pesanti multe.
Nella necropoli dei Fadieni ci sono alcune stranezze, l’analisi delle
ossa, infatti, ha dimostrato che alcuni cinerari contenevano due
individui (morti insieme oppure no?). Si sono trovati i resti di un uomo
e una donna, di due adulti non distinguibili per sesso e, infine, di una
donna adulta con un bambino. Non si è potuto stabilire il perché di
queste sepolture plurime, né come possano essere avvenute, perché i
vasi cinerari di vetro, estremamente fragili, non avrebbero consentito
la riapertura per inserire un nuovo defunto. Da Gambulaga sono emerse 5
stele collegate a 12 sepolture, con più individui, probabilmente tutti
appartenenti alla famiglia dei Fadieni. Le grandi casse di laterizio,
invece, contenevano circa 20 cm di terra combusta e ossa di molti
individui, che potrebbero essere anche i liberti di famiglia.
I
Fadieni
Di loro si sa poco, quasi solamente quello che sta scritto
nelle loro epigrafi, che compongono una sorta di albero genealogico. Ci
sono un padre (Caio Fadieno) e una madre (Ambulasia) capostipiti, ai
quali i figli, due maschi e una femmina, dedicano il primo monumento. La
figlia, a sua volta, si sposa con un Tizio che, come leggiamo
sull’ultima stele trovata, insieme con lei piange il figlio morto a 23
anni. Poi c’è un nipote del capostipite, il quale, a sua volta, con
la compagna (una liberta e non la moglie legittima), seppellisce il
figlio morto in giovane età, a 17 anni. Ci troviamo di fronte a quattro
generazioni e almeno tre
morti premature.
Una famiglia di civili, provenienti con ogni probabilità dall’Italia
centrale, dalle poche tracce del loro nome in altre epigrafi e in altri
luoghi. Il capostipite (Pater familias) morto in epoca imperiale, doveva
essere arrivato sul vecchio ramo del Po a cavallo tra l’anno uno
avanti Cristo e l’anno uno dopo Cristo. Il suo nome apre la questione,
ancora oggetto di studio, del popolamento romano di queste zone. Nel
ferrarese esiste, di fatto, un vuoto tra le ultime tombe etrusche di
Spina e le prime tombe imperiali. Il nome Fadieni è certamente latino,
mentre sono nomi d’origine celtica Ambulasia, la moglie del
capostipite e Massa, al quale è dedicata la stele più monumentale. I carmina
epigrafici, molto interessanti e quelli dedicati ai giovani defunti
particolarmente strazianti, documentano che si trattava di persone
acculturate. L’archeologo e lo storico si chiedono come mai queste
persone che vivevano in una vasta campagna, isolati e lontani dalle città
avessero bisogno di mostrarsi acculturati a chi leggeva le loro
epigrafi. Inoltre, da dove proveniva la loro indubbia ricchezza? Di
certo erano tanto benestanti da potersi permettere sepolture ricche, con
stele elaborate e sempre più imponenti, come quella di Marcus
Fadienus Massa, alta 2,15 metri e sulla quale è raffigurato anche
un bellissimo cavallo, privo di ogni menzione nell’iscrizione, ma che,
forse, era solo l’animale più caro al defunto. La monumentalizzazione
della tomba fa supporre una maggiore ricchezza raggiunta e proprio su
questa stele è incisa la dichiarazione di appartenenza alla tribù
Camilia, della quale facevano parte, tra gli altri, i municipi di
Ravenna e Adria.
Da dove venivano questi monumenti? Non dal territorio circostante, perché
la pietra utilizzata è il calcare delle cave di Aurisina, sul Carso, un
materiale pregiato che proveniva da lontano, e, ancora, le officine dei
lapicidi dov’erano, in Veneto o a Ravenna? Gli esperti stanno ancora
indagando. Le stele venivano ordinate, lavorate da qualche parte con
immagini standardizzate, poi trasportate via fiume fin qui e
personalizzate. Il sepolcreto e la proprietà dei Fadieni sono situati
lungo il corso del Padovetere, che passava anche da Voghenza
(dove è stata rinvenuta qualche decennio fa una importante necropoli più
tarda di questa). Era una zona di traffici fluviali intensi,
testimoniati dagli stessi materiali ritrovati nelle tombe, soprattutto
dai vetri, alcuni molto rari, provenienti dal Piemonte e dal Canton
Ticino, come sta emergendo dal loro studio più approfondito. E’
evidente che chi abitava e commerciava in questa zona poteva avere di
tutto, perché il ramo del Po era una vera e propria via di
collegamento, un’autostrada, tra il mare (Ravenna), l’entroterra
della pianura padana fino all’estremo nord. I Fadieni, grandi
proprietari terrieri, erano certamente allevatori e probabilmente anche
produttori di laterizi. Le iscrizioni funerarie di Gambulaga e quelle
trovate anni fa in Valle Trebba e ad Ostellato, sono distribuite in
un’area che ci dà, quasi fisicamente, il senso di un territorio
suddiviso in proprietà private, diverse, per concezione dai grandi
latifondi dei saltus imperiali, amministrati molte volte da
militari di carriera in pensione. I Fadieni, invece, erano certamente
civili, cittadini romani, abbienti e acculturati, proprietari dei loro
terreni, ai quali la legge romana aveva riconosciuto il diritto di
costruire il sepolcreto di famiglia sulla loro terra.
Lo
studio dei materiali
E’ uno degli aspetti più importanti e
appassionanti di questa scoperta archeologica, vi sono impegnati molti
studiosi ed esperti, coordinati dalla direttrice del Museo archeologico
di Ferrara, dott.sa Fede Berti. C’è chi lavora sullo scavo, chi
indaga gli aspetti storici, chi studia le stele e i carmina epigrafici,
chi i vetri, le ceramiche, i metalli, le monete e le ossa contenute nei cinerari. Con particolare attenzione sono
studiati i vasi per incinerazione, bellissimi, alcuni trovati integri
nelle sepolture e, addirittura due con le ceneri ancora asciutte!
Sono sottoposti ad analisi accurate la stratificazione del terreno e il
paleosuolo, con i campioni dei pollini presenti al momento della
sepoltura. Stanno emergendo cose molto interessanti e curiose. Pare che
dovunque ci fossero piante di pino mugo, pochi i cereali trovati, molti
i pollini della canapa e, tra le offerte votive inserite nelle tombe
dopo la cremazione, ci sono resti di datteri e fichi. Sono doni
augurali, come quelli che ancora oggi noi moderni ci regaliamo a Natale,
con gli auguri. La forma del dattero ci rimanda al bellissimo balsamario
in onice scuro, trovato non lontano da qui, nella necropoli di Voghenza
e ora esposto al museo di Belriguardo. I Fadieni defunti andavano verso
il mondo dell’oltretomba, l’ADE, con un piccolo viatico di oggetti
cari e di cibi bene auguranti. Il paleosuolo ha restituito, tra gli
altri, anche un grosso chiodo di bronzo, che forse, serviva per
appendere corone. Alcuni degli oggetti trovati ci indicano il sesso del
morto, come lo specchio di bronzo proveniente dal corredo di una
sepoltura femminile, una sorta di “portacipria” a due valve, oppure
alcuni vetri, molto belli e di forme originali, che dovevano contenere
profumi. In una cremazione, infine, è stato trovato un astuccio a forma
di bossolo, in lamina di bronzo, che non si è potuto aprire, ma
radiografato, ha mostrato di contenere una pinza probabilmente da
cosmesi.
Carla
Lanfranchi
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