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Museo Archeologico Nazionale di Ferrara Il sito La domus Nell’area C, in particolare, è stato riportato alla luce un vasto edificio, composto, pare, da sette ambienti, con piani d’uso in terra battuta e murature che mostrano soluzioni costruttive particolari (plinti rettangolari aggettati rispetto ai muri perimetrali disposti ad intervalli regolari tra loro). Tali particolarità inseriscono la costruzione tra le architetture rurali cispadane che utilizzavano tecniche "povere", come legno e argilla. Il prof. Jacopo Ortalli, ricercatore e studioso del settore, ha richiamato l’attenzione su costruzioni della stessa tipologia rinvenute in zone non lontane (S.Pietro in casale, Bentivoglio, Castel S.Pietro e Calderara di Reno) ipotizzando che le murature in laterizi potessero costituire una sorta di "zoccolatura" per una parete leggera. Nel caso di Voghenza potrebbe trattarsi di argilla (vista la gran quantità di grumi che ricoprivano lo strato archeologico e i resti dell’incannucciato delle soffittature) irrobustita, probabilmente, da montanti in legno. L’edificio, risulta appartenuto a un dalmata, naturalizzato romano, Lucio Bennio Beuza e ai suoi discendenti, e fu distrutto da un incendio, probabilmente nel II sec. d.C. Il crollo delle pareti sigillò in alcune stanze molti materiali di vario genere e numerosi bronzi, che sembrano conservati in una sorta di "ripostiglio". Nella domus appartenuta al dalmata e ai suoi discendenti, erano conservati strumenti in bronzo importanti e rari e altri oggetti, ora esposti nella mostra. L’esistenza di tale strumentario è plausibile per un membro della piccola comunità romana di Voghenza, ben inserita nelle correnti commerciali che si intrecciavano nel delta, con una popolazione composita (il proprietario della domus era dalmata), che indubbiamente aveva un ruolo importante nella gestione dei saltus deltizi di proprietà imperiale. I bronzi più importanti Qualsiasi sia stato il momento in cui l’abitazione è andata distrutta per non essere più ricostruita, sembra che chi vi abitava conservasse di L. Bennio Beuza almeno due oggetti importanti: il diploma di honesta missio e lo strumento sonoro (cornus) da lui suonato nel corso della ferma militare. Il diploma militare del classiario consiste in una coppia di tavolette bronzee ritrovate congiunte da un legamento metallico passante dai fori centrali e protetto da una costa arcuata. Il testo (A)**, incorniciato da una linea incisa, contiene l’estratto della legge con la quale, al termine di un servizio prestato onorevolmente nella flotta di Ravenna, l’Imperatore aveva conferito a Lucio Bennio Beuza, dalmata, determinati privilegi. L’estratto della legge era scritto sulla faccia interna delle due tavolette, nonchè, in caratteri più piccoli, su una delle due facce esterne. Sull’altra faccia esterna figurano i nomi dei testimoni dell’atto. La coppia di tavolette è stata ritrovata congiunta. I testimoni avevano avuto il compito di constatare l’identità tra il testo del diploma e il testo originale della legge. Quando Lucio Bennio Beuza stabilì la propria residenza nel vicus voghentino, presentò il diploma al magistrato competente, che, preso atto dell’integrità del filo e dei sigilli apposti a Roma, provvide a romperli per verificare la conformità tra i testi ovvero che quanto era scritto all’esterno non fosse stato alterato rispetto a quanto era scritto all’interno. Una sorta di "copia conforme" che denota l’autenticità del documento, con lettere incise, tracciate su sottilissime linee guida. (vedasi nota con la traduzione). Il diploma è molto chiaramente databile, i riferimenti cronologici che riporta lo fanno risalire al 12 giugno del 100 d.C ** (A) Nerva Traiano Augusto Germanico, figlio del divo Nerva, imperatore, pontefice massimo, con potestà tribunicia per la quarta volta, console per la terza volta, padre della patria, a coloro che, di seguito nominati, sotto Lucio Cornelio Grato militano nella flotta pretoria ravennate e per ventisei anni hanno prestato servizio, ad essi, ai loro figli e ai loro discendenti concede il diritto di cittadinanza e di matrimonio con le mogli (anche ad esse viene data infatti la cittadinanza) o, nel caso fossero celibi, con le mogli che in seguito prendessero, purchè singolarmente. Il giorno prima delle idi di giugno, essendo consoli T. Pomponio Mamiliano e Lucio Erennio Saturnino. Al gregale Lucio Bennio Beuza, figlio di Licca, dalmata, e alla moglie Moca, figlia di Licca, dalmata. Trascritto dalla tavola di bronzo che è esposta a Roma, nel muro dietro il tempio del divo Augusto presso la Minerva. (testimoni) G.Domizio Restituto, G.Camerio Ascanio, T.Claudio Proto, C.Giulio Marziale, P.Lusco Amando, G.Terenzio Fileto, T.Claudio Ermete. Uno strumento musicale a fiato, è l’altro reperto importante. E’ formato da un bocchino lievemente arcuato verso l’alto, ornato da sottili incisioni, con una delle estremità conformata a tazza. Ad esso si associa il canneggio ricurvo, svasato ad un’estremità e terminante con un bordo semplice arrotondato. E’ costituito da una lamina di spessore più sottile del bocchino; è stato ritrovato in frammenti non combacianti e, purtroppo, in cattivo stato di conservazione. La rarità del reperto, già sottolineata, non ne facilita l’identificazione. Si tratta di uno strumento a fiato con ogni probabilità della famiglia dei corni, che si differenzia dalle trombe per la conformazione conica del canneggio. Bucina, cornu e tuba sono i principali strumenti a fiato collegati alla prassi militare e descritti da Vegezio (Epitoma rei militaris). La descrizione del testo di Vegezio identificherebbe il nostro reperto proprio nel cornu: strumento "di bronzo piegato in forma circolare". Tuttavia, da tutte le descrizioni e raffigurazioni che ci sono pervenute, si ha l’impressione che il reperto voghentino rappresenti qualcosa di diverso anche rispetto all’esiguo numero di strumenti antichi che ci sono giunti. Infatti, il bocchino dello strumento voghentino è simile a due esemplari di provenienza italica, conservati a Londra. E’ evidente, tuttavia, che il nostro cornu, costituito da due parti componibili, con bocchino sagomato a tazza e con canneggio moderatamente ricurvo, dell’apparente lunghezza di due cubiti, differisce dagli esemplari inglesi e da altri rinvenuti in Germania. Questi ultimi hanno il bocchino non separabile e sono stati definiti come esemplari di "cornu da segnalazione". Questo è l’ambito in cui si colloca lo strumento di Voghenza; un contesto singolare, nel quale va rimarcata la presenza del diploma di honesta missio di L.Bennio Beuza, che ci rimanda ad un passo del "De vocabulis rei militaris" di Modesto, nel quale si definiscono i militari di stanza a Classe "Classiari autem appellantur buccinatores, qui cornu ducunt exercitum" Gli altri bronzi della Domus I più significativi, dopo quelli descritti sono quattro, una statuetta di Lare, un’applique antropomorfa, una placca per toppa di serratura, un contrappeso di stadera. La statuetta di Lare (Lar Compitalis). Si tratta di Lare che incede a passo di danza. E’ una statuetta alta circa 10 cm; col braccio destro solleva un vaso a forma di delfino e con la sinistra offre una coppa con bordo ingrossato. Il viso è paffuto, ha pupille incavate e la bocca segnata da fossette, la testa si presenta incorniciata da tre ciocche di capelli e da un ciuffo diviso sulla fronte. Indossa alti calzari, veste una tunica trattenuta in vita che il movimento di incedere nella danza apre sui fianchi. L’applique raffigura la Dea Diana. Ha un’altezza di 9 cm. ed è cava sul retro. Il busto ha taglio inferiore ampio e ricurvo, il collo è lungo e flessuoso, con il capo rivolto a sinistra. Qui, le chiome raccolte in ciocche rigonfie e annodate assumono maggiore corposità, mentre un ricciolo ricade sulla nuca. Una veste a sottili pieghe copre la spalla destra, sul petto è legata di traverso la nebride, mentre dal retro sporge la faretra.Sulla sommità del capo c’è un foro che denota l’uso dell’oggetto. Toppa di serratura con chiavistello. La placca di rivestimento, ottagonale con bordi insellati, è decorata da anelli rilevati ed ha fori per il fissaggio. La toppa ad L rovesciata, è chiusa internamente da una lamina che si muove grazie da un perno e presenta ai lati due aperture rettangolari. Il chiavistello è costituito da un’asta sagomata con congegno a tre denti ed estremità ripiegate. Toppa e chiavistello funzionavano col sistema di "scorrimento a doppia spinta", nel quale il congegno della chiave agganciava il chiavistello e lo faceva scorrere, liberando successivamente i fermi bloccati dalle sue estremità. Un contrappeso di stadera a forma di testina di Apollo, con presa superiore munita dell’anello di sospensione. Le abrasioni esistenti non impediscono di cogliere l’alta qualità del bronzetto: occhi dalle palpebre e pupille segnate, naso dall’estremità schiacciata e con narici larghe, bocca finemente modellata tra due fossette, mentre risultano sproporzionate le orecchie. Le ciocche dei capelli fermate da una doppia tenia, non hanno risalto. In corrispondenza dell’anello di sospensione, appaiono solcate da un fitto tratteggio a spina di pesce e si annodano sulla nuca lasciando sfuggire due riccioli. Corti riccioli anche sulla fronte e sulle tempie. La base del contrappeso è ingrossata a toro. Vi sono un foro dal quale è stato colato il piombo per riempire la cavità interna e un cartiglio rettangolare con impresse alcune lettere. I bronzi del ripostiglio Si tratta di nove manufatti dismessi o distaccati dall’originario supporto, ma ancora riutilizzabili, collocati in una stanza (ripostiglio) della domus come se si fosse pensato di accumularli per fondere il metallo di bronzo. Simpulum. Vasca emisferica con un’altezza di 7 cm e un diametro di 5,5. Presenta nervature e bordo decorato, sagomata, con doppi apici e forse terminava con un cucchiaino forato. Decoro con due leonesse. Ciascuna con la testa rivolta verso l’esterno e una delle zampe anteriori appoggiata su una placca circolare, a sua volta decorata con testine di giovane, con capigliatura a ciocche divise sulla fronte, occhi con pupille incise e copricapo. Altezza 5,5 cm. e lunghezza 8,3. Presa ad anello sagomato, con perno di ferro cilindrico e agganciato sul tetro. Presa a placca sagomata, munita di anello inserito in un rocchetto cilindrico costolato. Coppia di borchie quadrate, una con umbone centrale circondato da sottili incisioni e sul retro, attacco di un perno. L’altra, a sviluppo piramidale, con bordi e sommità segnati da nervature a rilievo. Coppia di ganci con un’estremità ripiegata e l’altra ad anello. In uno degli anelli si conserva la fascetta ritorta usata come fermo. Fascia ricurva, munita di due appendici appuntite.
Statuetta di Lare. Il culto dei Lari, spiriti
tutelari di familiae e collegia di origine antichissima,
fu riorganizzato da Augusto anche sul piano iconografico. Sia le
pitture dei larari delle città campane, sia la vasta diffusione in
tutte le province dell’impero di bronzetti raffiguranti tali
divinità ne documentano le caratteristiche. Il lare in riposo è il Lar
Familiaris, mentre il Lare che incede con passo di danza è il Lar
Compitalis. Quando questo accompagna in copia il Genius del
principe, diviene il Lar Augusti.
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