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Storia Di Pomposa
di Antonio Pandolfi

Pomposa, località il cui nome deriva dall'antica famiglia romana un tempo proprietaria di vaste proprietà nella zona, ebbe già una piccola chiesa nel VII secolo, come rilevato da scavi archeologici; gli studiosi sono divisi sull'epoca in cui divenne abbazia con l'arrivo dei monaci benedettini, presumibilmente in epoca carolingia, stando ad un affresco con figure di santi un tempo nel sottarco dell'abside ed oggi conservato nel museo pomposiano. L'Abbazia era posta all'interno di un'isola formata dal Po di Goro e dal Po di Volano e circondata da una sacca lagunare, in gran parte costituita dall'attuale Val Giralda, oggi completamente bonificata.

La sua importanza si accrebbe dopo il Mille, come centro di spiritualità monastica, accanto al quale figurava la pratica dell'isolamento o eremitaggio esercitato nella vicina isola di Cella Volana, (l'Eremo di San Giacomo di Cella Volana definitivamente distrutto alla fine del '400 di cui non vi è più traccia sorgeva all'altezza di Vaccolino e sarebbe interessante ritrovarne le fondamenta). Dalla lotta per le investiture che vedeva come protagonisti il Papa, l'imperatore tedesco ed i potenti vescovi di Ravenna eredi dell'Esarcato bizantino, l'abbazia deltizia, nota come S.Maria di Pomposa per il culto della Vergine, seppe ottenere importanti vantaggi, soprattutto quando l'imperatore Ottone III la dichiarò abbazia regale rendendola autonoma da Ravenna e sotto la sua protezione. Considerata un faro di spiritualità grazie al rigore dei suoi primi abati qui affluivano giovani di ogni luogo e nel 1026 si raggiunse il ragguardevole numero di cento monaci, anche se esistevano in territori non lontani altre importanti istituzioni, come l'abbazia di origine longobarda di Nonantola che nel Medioevo contò fino a 1000 monaci e l'abbazia di S.Benedetto in Polirone divenuta potente grazie alla devozione dei Canossa.

La fortuna spirituale, politica ed economica di Pomposa è legata soprattutto a figure carismatiche come quella dell'abate San Guido. Il ravennate Guido degli Strambiati aveva una rigorosa formazione religiosa, consolidata attraverso la preghiera, la vita da eremita e le punizioni corporali, in linea col famoso San Pier Damiani altro ravennate riformatore della Chiesa e con San Romualdo che fondò l'eremo di Camaldoli, due figure illustri la cui formazione religiosa e culturale avvenne in gran parte all'interno del cenobio pomposiano.

Il peggior peccato dell'epoca, ma ai nostri tempi si potrebbe parlare di una tangentopoli politico-religiosa alla quale attingevano pontefici, imperatori vescovi e feudatari laici era la simonia, cioè il "commercio" delle chiese.

Così ne parla il monaco Donizone nella vita di Matilde di Canossa:" XVI. Come gli imperatori tedeschi introdussero/il costume di vendere le chiese e come/Bonifacio fu punito per questo dal Santo/abate Guido. Gli imperatori tedeschi, seguendo un dogma perverso/ cedevano spesso per soldi i templi del Sommo Signore/ai vescovi; ma il vescovo di ogni città, a sua volta,/vendeva le pievi a lui sottomesse./ Seguendo l'esempio di questi, anche i laici possessori di chiese/ le vendevano a preti e a chierici maledetti da Dio,/ e ciò nella gente causava un gran smarrimento./Di questo il santo abate Guido accusò Bonifacio,/intimandogli di non fare più commerci siffatti,/ e dinanzi all'altare della madre di Dio, ignudo,/ flagellò con aspre sferzate lui che solo era avvezzo alle mollezze."

Del terribile signore dell'Italia centro-settentrionale Donizone riporta si direbbe con compiacimento un raccapricciante episodio di rappresaglia durante la guerra di Borgogna al servizio dell'imperatore Corrado II° a danno dei borghigiani che si erano ribellati a un sopruso feudale: "Si tagliaron così i nasi e le orecchie ,/e con essi si riempiron tre scudi."

Pur di salvare l'anima dall'Inferno il conte Bonifacio si umiliò a Pomposa, sottoponendosi a quella flagellazione che aveva un legame con la passione di Cristo, ritenuta "terapeutica" da molti santi. Fortunatamente Pomposa è pure famosa per la presenza di una figura di grande umanità e ingegno, il monaco Guido d'Arezzo che in questo luogo da lui tanto amato inventò il sistema delle note musicali prendendo spunto dall'inno di S.Giovanni: UT queant laxis REsonare fibris/ Mira gestorum Famuli tuorum/ SOLve pollutii Labii reatum/ sancte Johanne.

("Affinchè i fedeli possano fare echeggiare a voci spiegate le meraviglie delle tue azioni, libera dalla colpa le labbra impure, o San Giovanni"). Guido introdusse anche il rigo ed il colore giallo e azzurro per evidenziare le tonalità dei suoni: un metodo che consentiva agli allievi di imparare gli inni liturgici in un anno o due, quando in passato ne occorrevano dieci, come lui stesso ha lasciato scritto nel testo di una lettera inviata all'amico monaco pomposiano Michele dopo la sua partenza.

Infatti, come la maggior parte degli inventori non fu capito, alimentò invidie e l'abate Guido lo invitò ad andarsene per non suscitare scandalo. Ad Arezzo fu accolto dal vescovo Tedaldo, fratello di Bonifacio di Canossa che riconobbe i suoi meriti musicali (ricordati anche dal poema di Donizone), ciò che gli permise di perfezionare il suo metodo poi presentato a Roma al pontefice Giovanni XIX con grande successo.

Dai suoi scritti si sa che il monaco aretino continuò a nutrire nostalgia per Pomposa e che l'abate Guido lo invitò a ritornare nel cenobio e ultimamente qualche studioso è orientato verso questa ipotesi, basandosi su documenti che parlano di un Guido presente a Pomposa dopo la morte del santo abate.

Guido degli Strambiati è ricordato per aver reso illustre e potente l'abbazia grazie alla sua fama di uomo pietoso ma anche di abile diplomatico, in un'epoca di continui conflitti fra i potenti, ottenendo donazioni in gran parte dell'Italia centro settentrionale, dal Veneto all'Umbria, sotto il controllo di suoi rappresentanti: si creò così un vasto patrimonio che Guido seppe validamente amministrare, oltre al diretto dominio sulla Isola Pomposiana di cui facevano parte Codigoro, Lagosanto, Ostellato, Mezzogoro e Massenzatica, le cui popolazioni erano costituite da uomini liberi che col tempo ricevettero terre in affitto dagli abati col pagamento di tributi; non mancavano i servi della gleba che potevano essere venduti con la terra, ma col tempo finirono per affrancarsi. Gran parte dei terreni furono dati in affitto affinchè fossero messi a coltura o bonificati, dato anche il particolare aspetto del delta, costituito da grandi boschi di querce ed olmi e nel XIII e XIV secolo furono creati degli statuti per regolare i rapporti fra il potere dell'abate ed i suoi vassalli.

Codigoro fu la piccola capitale amministrativa dell'Isola pomposiana e forse già nell'XI secolo ebbe un luogo di rappresentanza dell'abate, (Domus domnicata) da identificare con l'edificio prospiciente il Po di Volano oggi noto come Palazzo del Vescovo, chiamato nei secoli successivi Palazzo dell'Abate e probabilmente simile nella veste architettonica al Palazzo della Ragione di Pomposa.

L'abate Guido è considerato dagli studiosi il rifondatore di Pomposa per gli ampliamenti architettonici realizzati a quell'epoca fra cui il prolungamento della chiesa con l'aggiunta di un nuovo atrio a tre arcate di grande equilibrio formale che accoglie temi e stili espressione della civiltà bizantina (singolari le transenne circolari decorate con i grifi alati che presentano caratteri derivati dalla cultura persiana e siriaca) e adriatica da Ravenna a Venezia, dove la luce si riflette sul cromatismo della parete in mattone rosso e giallo-ocra, con decorazioni in stucco zoomorfe intercalate da bacini ceramici di diverso colore, rosso, giallo, verde, blu racchiusi entro laterizi a forma di stella, simbolo di Pomposa(queste maioliche, ritenute dell'XI secolo, sono uno dei primi esempi in Italia, con Pisa e Pavia, di importazione di ceramiche ornamentali prodotte in Egitto). L'autore dell'atrio si firma nella lapide a destra delle arcate: Mazulo, cioè Tommaso, artista originario di Ravenna o di Costantinopoli; altri elementi legati all'oriente bizantino dell'epoca si ritrovano nei brani di pavimentazione all'interno, ad eccezione di un frammento di reimpiego di provenienza ravennate, del VI secolo.

Del chiostro grande, fulcro di tutto il complesso monastico, rimangono solo i pilastri angolari, mentre di grande interesse è il Palazzo della Ragione dalla facciata a loggiato e arcatelle, influenzato dallo stile veneto dell'epoca, sul tipo del palazzo veneziano noto come Fondaco dei Turchi, già Palazzo Estense: da una pianta cinquecentesca sappiamo che l'edificio dove veniva amministrata la giustizia abbaziale era dotato di una torre, scomparsa da secoli, come la "Torre rossa dell'abate" il cui alzato ritroviamo nella veduta di Pomposa di Francesco Guitti (1644) della Biblioteca Vaticana.

Nel 1046 l'imperatore Enrico III tenne un sinodo a Pavia per risolvere la questione della cattedra di San Pietro pretesa da ben 3 Papi eletti contemporaneamente, a cui fu invitato anche il nostro abate che però morì nei pressi di Borgo San Donnino, l'attuale Fidenza, probabilmente per l'età avanzata o per la pestilenza che a Pomposa aveva già fatto 30 vittime fra i monaci. I due compagni di Guido si apprestarono al ritorno ma un cieco imbattendosi nella salma ritrovò la vista portando a Parma la notizia del miracolo: gli abitanti allora si impadronirono del corpo del santo per venerarlo ma qualche mese dopo l'imperatore a sua volta trasportò il corpo a Verona e dopo aver sistemato sul soglio pontificio un nobile tedesco (il vescovo di Bamberga che prese il nome di Clemente II°), provvide a sistemare definitivamente le spoglie nella sua città di Spira dove furono custodite fino ai nostri giorni con grande venerazione.

Parte delle reliquie superstiti, il 19 novembre 2000, con solenne cerimonia alla presenza di autorità religiose tedesche e dell'arcivescovo di Ferrara e abate di Pomposa - mons. Carlo Caffarra - sono state poste nell'abbazia.

Pomposa continuò ad ampliarsi sotto i successori di San Guido: nel 1063 per volontà dell'abate Mainardo col concorso di due generosi e ricchi devoti, Atto e Villa, fu costruita dall'architetto Deusdedit la torre campanaria alta 50 metri massiccia costruzione in stile romanico-lombardo, alleggerita dalla sequenza delle polifore terminali, che domina ancor oggi le terre circostanti, ormai del tutto emerse dopo gli ultimi interventi di bonifica; una lapide posta sull'atrio rammenta interventi voluti da Giovanni di Vidor nel 1150.

Durante il Medioevo si arricchì con una grande biblioteca dove figuravano anche testi classici (forse "Il nome della rosa" di Umberto Eco ha qualche riferimento a Pomposa, come qualcuno ha creduto di cogliere nelle pagine del libro).

Nel Duecento il potere degli abati fu messo a dura prova dall'invadenza di Casa d'Este, che si accrebbe nel Trecento mentre il cenobio si avviava a un declino inarrestabile ed il numero dei monaci si riduceva ad una sparuta decina; nonostante la condizione avversa, dovuta anche all'impaludamento del territorio circostante, conseguenza della rotta del Po a Ficarolo, è proprio nel XIV secolo che si ha un momento di splendida fioritura artistica portata da artisti emiliani e romagnoli influenzati dallo stile di Giotto che forse sostò a Pomposa, al pari del suo amico Dante che vi soggiornò nel 1319 e nel 1321, dove contrasse la malaria che lo portò a morire poco dopo nell'amata Ravenna (le acque stagnanti favorirono la diffusione delle pestifere zanzare: nel 1338 ai delegati pontifici venuti a ispezionare il monastero l'abate Andrea chiese di poter mantenere le cellette chiuse costruite in legno nell'ambiente del dormitorio per difendersi in estate dal continuo tormento degli insetti ).

Alcuni studiosi ritengono che a Pomposa Dante abbia composto un canto del Paradiso citando tale luogo nei versi "…. la casa di nostra Donna in sul lito Adriano" (Paradiso, XXI versi 122-123)

In tempi diversi gli ambienti più importanti furono sopraelevati ed abbelliti con affreschi che volevano eternare l'ormai mitica figura di San Guido: nella sala capitolare, dove si riunivano i monaci, un tempo corredata di stalli e già affrescata a partire dal secolo XI, al tempo dell'abate Enrico fu realizzata una Crocefissione (databile per motivi stilistici al 1310-15, quindi coeva a Giotto) in posizione centrale con figure dall'imponente ed espressiva corporatura, purtroppo pervenutaci fortemente danneggiata; ai lati profeti eseguiti a monocromo entro architetture in sembianze di statua, simboleggianti il passato, mentre S.Pietro e S.Paolo, paladini della fede nella Chiesa e San Benedetto e San Guido, guide carismatiche dell'ordine monastico, sono dipinti "a colori" a dimostrazione del presente e dell'attualità del sacrificio di Cristo.

Secondo la critica questo artista si è ispirato alle opere realizzate da Giotto a Padova, nel Capitolo del Santo e nella Cappella degli Scrovegni, soprattutto nell'esecuzione delle architetture, mentre presenta uno stile molto personale nell'espressione dei volti pensosi o corrugati di S.Benedetto e San Guido.

Nel vicino Refettorio due scene, "L'ultima cena" e "La cena dell'abate San Guido" sottolineano la funzione dell'ambiente, destinato al consumo dei pasti in comunità, in un clima di raccoglimento e di preghiera. La decorazione a fresco è databile al 1318, stando alla scritta incisa sull'intonaco della "Orazione nell'orto", composizione che più si avvicina per tema drammatico e stile all'arte di Pietro da Rimini, maggiore rappresentante della scuola formatasi nella città adriatica per la presenza di Giotto (1310) che qui realizzò un'opera di grande importanza, il Crocifisso per la chiesa di San Francesco dall'intenso realismo e altri dipinti non pervenuti ai nostri tempi.

Gli artisti riminesi attinsero anche dalle novità figurative che il grande pittore aveva lasciato sulle pareti della basilica di San Francesco ad Assisi, legate ad una certa razionalità e ad un istintivo senso prospettico, ma non ne assimilarono appieno lo stile e la tecnica, legati peraltro ad influenze artistiche di origine francese e soprattutto all'arte della miniatura emiliana che aveva il suo centro a Bologna; pesava inoltre la tradizione bizantina di provenienza ravennate, che non era stata del tutto abbandonata, anche perché il messaggio "moderno" del geniale toscano non era stato compreso nella sua globalità.

Al centro della parete di fondo, (ma l'intero affresco risulta staccato per impedirne l'ulteriore degrado, ciò che ha permesso il recupero della sinopia) si staglia la composizione di tradizione bizantina della Deesis, dominata dal Cristo in trono di proporzioni maggiori rispetto agli altri personaggi e dall'aspetto nobile e regale, con la veste dal panneggio molto curato che sottolinea la forma del corpo; ai lati la Madonna Orante dall'aspetto giovanile, dalla posa solenne e dall'abbigliamento sontuoso che, fatto insolito, caratterizza anche il Battista bizantinamente sospeso nel vuoto. Di contro appaiono umilmente vestite nella loro tonaca monacale le figure ascetiche di San Benedetto e San Guido, ma nobilitate dall'aureo pastorale simbolo del loro potere abbaziale.

A sinistra della Deesis, da cui è separata da colonnette tortili, è rappresentata l'ultima cena con la figura dominante del Cristo: ha una certa vivacità compositiva nella gestualità degli apostoli, soprattutto in Giuda che, tanto per distinguersi, in modo maleducato inizia a mangiare senza aspettare gli altri; il suo ruolo di "pecora nera" viene accentuato dall'artista con l'oscuramento dell'aureola, la quotidianità è rappresentata da boccali, ciotole e bicchieri in uso nel Trecento. A destra della Deesis l'episodio miracoloso dell'abate Guido (avvenuto pare nel 1030 o 1040): seduti ad un tavolo imbandito giganteggiano sugli altri personaggi l'abate di Pomposa, (dai capelli bianchi, ma giovanile nel volto) che ha appena compiuto la trasformazione dell'acqua di fonte, servita a tavola con il magro pasto, secondo la rigida regola monastica, in vino e l'illustre ospite il bavarese Gebeardo di Eichstatt, arcivescovo di Ravenna, che stupito dall'evento prodigioso fa oscillare il calice ancora colmo. Seguono la scena i gruppi contrapposti dei cavalieri e dignitari del vescovo dall'aria perplessa, ritratti con grande ricercatezza nei loro sontuosi abiti risalenti all'epoca di Dante, ed il gruppetto dei giovani monaci pomposiani dal volto di porcellana, raggianti e orgogliosi del potere taumaturgico del loro abate: qui la prospettiva giottesca manca completamente, ma vi è comunque il naturalismo del particolare, come gli oggetti disposti sul tavolo imbandito fra i quali si distingue una brocca graffita con motivi vegetali e con molta cura viene riprodotto il raffinato calice dell'arcivescovo (Gebeardo negli ultimi anni della sua vita si ritirò a Pomposa e trovò sepoltura all'interno della Sala del Capitolo).

A metà del Trecento, probabilmente con lo scopo di affermare con un programma teologico ambizioso il persistere della potenza dell'abbazia di S.Maria di Pomposa anche dal punto di vista secolare nonostante si avvicinasse l'epoca dell'inarrestabile declino, l'abate Andrea commissionò al maggiore esponente dell'arte Padana del momento, Vitale da Bologna,(noto dal 1330 sotto diversi nomi: Vitale di Aymo degli Equi, Vitale Cavalli, Vitale delle Madonne - morto intorno al 1359), la realizzazione di un ciclo di affreschi che investiva nella sua totalità l'interno della basilica, avente per soggetto il Vecchio e Nuovo Testamento, l'Apocalisse ed il Giudizio Universale.

Gli studiosi dell'arte del periodo tendono ad attribuire al maestro bolognese la decorazione diretta dell'abside della chiesa e la direzione delle maestranze che affrescarono le navate e la controfacciata. Egli dovette risolvere anche il problema dell'adattamento dell'impianto bizantino preesistente (le navate erano caratterizzate da capitelli ravennati di spoglio di epoca romana-imperiale e bizantina) e della luminosità dell'interno, probabilmente schermata mediante sottili lastre di alabastro poste sulle finestre che riusciva naturale solo nel catino absidale tradizionalmente disposto ad oriente dove il sole sorgendo, attraverso le aperture ancora presenti, inondava di luce l'altare illuminando pienamente la magnifica scena della Gloria di Cristo. L'attuale illuminazione delle navate è infatti falsata dai setti murari che proseguono anche all'esterno, collocati fra '700 e ' 800 per bloccare l'incrinatura delle pareti della basilica dovuta alla pressione meccanica esercitata dal vicino campanile.

L'affresco che copre l'intera abside si presenta come un'opera omogenea e coerente pur nel gusto un po' ingenuo del Medioevo: l'immenso Cristo benedicente dall'interno della mandorla luminosa con la scritta (PACEM MEAM DO VOBIS) sostituiva probabilmente un Cristo Pantocratore di ispirazione bizantina. L'artista bolognese realizza una figura "naturale" e corposa, che incombe, anche se positivamente, su una minuscola folla di angeli e santi; l'oro risplende ovunque, sulle stelle, sugli abiti sontuosi della Vergine e delle sante dall'aspetto di principesse, dall'incarnato vagamente sensuale, sulla veste dell'arcangelo Michele dalle ali di pernice. La Madonna , giovane e radiosa raccomanda al Figlio l'abate Andrea, gustosa e naturalistica figurina, con al fianco un santo abate col pastorale, identificabile con San Guido.

Al di sotto dell'imponente corteo sono raffigurati gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa all'interno del loro studio, forse un richiamo a Pomposa come luogo di ricerca teologica.

Nella fascia più bassa dell'abside si sviluppa la storia edificante di S.Eustachio, raccontata come una bella favola cortese: devozione di un santo che non ha riscontri in Emilia-Romagna, anche se una tradizione locale affermava che il suo martirio era avvenuto nella vicina Ravenna.

Placido, nobile condottiero romano, mentre va a caccia col suo scudiero ha la visione di Cristo fra le corna di un cervo e questo episodio lo porta alla conversione con il battesimo cristiano a cui partecipa tutta la sua famigliola, che si vede immersa dentro ad una fonte all'interno di un tempio. Nelle scene successive Placido, battezzato col nome di Eustachio, perde la moglie rapita dai pirati e i due figlioletti, preda di animali feroci. Solo nel deserto Eustachio si abbandona alla disperazione, coprendosi il volto con le mani: una scena eccezionale, che dà la misura del talento di Vitale. Anni dopo tornato a Roma al servizio dell'imperatore Adriano il patrizio ritrova la moglie ed i figli ormai adulti, ma nonostante i suoi trionfi militari viene condannato al martirio insieme all'intera famiglia avendo rifiutato l'adorazione di un idolo pagano.

Risparmiati dai leoni i cristiani troveranno la morte all'interno di un vitello-idolo di bronzo arroventato col fuoco alimentato da un sinistro carnefice, tutto intento a manovrare l'enorme mantice, mentre le anime dei martiri ascendono al cielo portate dagli angeli. Nell'insieme queste scene purtroppo molto rovinate suscitano tenerezza e commozione e sono espressione di una poetica creatività, con un dinamico uso dello scorcio, come nel famoso San Giorgio e il drago conservato alla Pinacoteca di Bologna.

Sulle pareti delle navate si espande la lunga cronistoria del Vecchio e Nuovo Testamento che inizia con la scena di Adamo ed Eva, che convive con l'uccisione di Abele da parte di Caino (per motivi di spazio); molto poetica la scena di Abramo che ospita i tre angeli e il pensiero va alla magnifica Trinità, opera del maestro russo Rublev dell'inizio del '400. Alla storia di Giuseppe venduto dai suoi fratelli sono dedicati più riquadri, occasione di vedute naturalistiche o architettoniche, con personaggi spesso dipinti con fare ingenuo e popolaresco, forse prodotto di mani diverse. Con molta espressività e teatralità viene reso il momento in cui il giovane Davide colpisce il cimiero del gigantesco Golia, un'interpretazione che sarebbe piaciuta a Pisanello esponente dell'ultima fase del tardo gotico.

L'episodio di Daniele rinchiuso nella gabbia con i leoni si direbbe ripreso decisamente da quello di Eustachio e vi sono diversi riferimenti nel complesso delle raffigurazioni allo stile e all'inventiva di Vitale, anche se Alessandro Volpe vi distingue due maestri principali e la critica in generale fa il nome, in qualità di collaboratore, del bolognese Andrea de' Bruni.

Il Nuovo Testamento con la storia di Cristo è occasione di nuove invenzioni: ecco la Vergine Annunciata e la successiva Visitazione davanti alle porte di una turrita città, la Natività con sullo sfondo la capanna padana, scena ancora legata all'iconografia bizantina come a Ferrara nella chiesa di S.Antonio in Polesine, dove figurano le levatrici che lavano il Bambino e San Giuseppe in disparte dall'aspetto pensoso.

L'ultima cena è ripresa con poche viarianti da quella del Refettorio e soprattutto colpiscono l'attenzione le gustose annotazioni di vita quotidiana del brentatore nelle nozze di Cana e la scenetta di costume trecentesco della resurrezione della figlia del Sinagogo, circondata da pozioni di medicinali, con la presenza di clistere e padella sotto il letto, visto che ancora per secoli purghe e salassi saranno la risposta della medicina anche ai casi più gravi.

Al secondo maestro delle navate, più portato a drammatizzare, si assegnano l'espressionistica Crocefissione e la singolare scena della sepoltura: un uomo circondato dalle donne piangenti tenta di trascinare il pesante corpo del Cristo dentro il sepolcro scoperchiato, mentre un altro personaggio esce di scena con la scala che era appoggiata alla croce.

Le storie dell'Apocalisse appaiono di frequente nei codici miniati e più raramente all'interno delle chiese per i frescanti sono occasione per sbrigliate e fantastiche immagini anche di tipo araldico: il tutto approda alla grande scena del Giudizio Universale della controfacciata, forse attribuibile ad Andrea de' Bruni, che si distacca anche stilisticamente dalle altre raffigurazioni per una certa freddezza, esecuzione tarda databile all'epoca dell'abate Aymerico, successore di Andrea.

Il Cristo vi compare nella fascia mediana nella veste di giudice seduto in trono entro la mandorla di luce e con un largo gesto delle mani piagate dai chiodi della crocefissione muove l'angelo alla sua destra che accompagna al Paradiso le anime dei beati portate in seno dai patriarchi precedute dai santi e l'altro angelo alla sua sinistra, che esibendo un cartiglio ove è riportata la sentenza, spinge con la spada le anime dannate nella bolgia infernale infestata dal consueto Lucifero. Nel registro superiore Cristo riappare benedicente fra i beati alle porte della Gerusalemme celeste. Nell'insieme la composizione sembra esaltare la gerarchia della Chiesa e di riflesso il potere dell'abbazia di Pomposa; solo l'Inferno se ne distacca per l'ingenua e popolaresca raffigurazione.

Questo sarà l'ultimo momento glorioso: dall'inizio del secolo seguente, per volontà del marchese Nicolò III° signore di Ferrara, il piccolo dominio pomposiano verrà fagocitato con l'istituzione della Commenda. Dopo una serie di ecclesiastici legati agli Estensi, la dinastia ferrarese avrà il suo primo abate commendatario nel cardinale Rinaldo d'Este, all'epoca tredicenne (1452). Nel 1462 Rinaldo scorporò l'Isola Pomposiana dal monastero, a suo vantaggio, lasciando ai monaci il solo territorio prossimo all'abbazia per il loro sostentamento.

All'età di 6 anni Ippolito d'Este (1485), con l'appoggio pontificio, divenne abate commendatario, titolo che mantenne anche dopo aver ottenuto la ben più prestigiosa carica di arcivescovo di Strigonia (Esztergom) che lo portò per alcuni anni nella lontana corte di Buda, presso lo zio, il famoso re di Ungheria Mattia Corvino. Nel 1492 con bolla di Papa Alessandro VI Borgia la Commenda veniva trasformata in Prepositura sull'Isola Pomposiana e in questo modo gli Estensi completavano il dominio sul territorio ferrarese attraverso i loro prelati insediati, anche se saltuariamente, nell'ex Palazzo dell'abate di Codigoro, ampliato nella prima metà del '500 dal cardinale Ippolito II° d'Este con una nuova ala, probabilmente sul tipo di Palazzo Naselli Crispi, che fu poi demolita dal card. Barberini nel '600, in un momento di "vacanza" degli Estensi, ormai solo duchi di Modena.

Nel 1553 l'ultimo abate di Pomposa si trasferì nel nuovo monastero ferrarese di San Benedetto e un secolo dopo l'abbazia fu soppressa su disposizione di Papa Innocenzo X, al pari degli altri piccoli conventi italiani ritenuti inutili, divenendo così una semplice parrocchia della diocesi di Comacchio.

In seguito alle soppressioni napoleoniche gli edifici in parte rovinati del cenobio, ad esclusione della chiesa, furono acquistati nel 1802 dal "cittadino" Alessandro Guiccioli, nobile ravennate, per ampliare la sua tenuta agricola: Capitolo, Refettorio, Palazzo della Ragione e altri locali non più esistenti furono trasformati in stalle, magazzini e fienili con grave danno degli antichi affreschi.

Solo un secolo dopo lo Stato nato dall'unità d'Italia provvide all'espropriazione, iniziando il recupero di quanto restava della millenaria abbazia e nel 1910 il Pascoli la celebrò in un carme riportato nella lapide all'esterno del complesso.

Agli anni '20 risalgono i primi restauri condotti fino alla vigilia della seconda guerra mondiale; proseguono nel dopoguerra fino agli anni '80 con metodologie più avanzate alternate a saggi di scavo archeologico, ed il restauro degli affreschi trecenteschi che stimola a nuove ricerche gli studiosi di storia dell'arte, mentre il Museo pomposiano che accoglie nell'antico Dormitorio dei monaci reperti e affreschi provenienti da diversi ambienti è un ulteriore strumento per la conoscenza di un passato glorioso.

BIBLIOGRAFIA

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  • Autori vari: Studi di liturgia agiografia e riforma medievali - Analecta Pomposiana 1967
  • Pio Laghi: S. Guido abate di Pomposa - Corbo 2000
  • Di Francesco e altri: Pomposa, la fabbrica, i restauri - Longo Editore Ravenna 1992
  • P. Viganò: Codigoro, cenni storici - Scuola Grafica Salesiana, Bologna 1971
  • Menegatti: Il Palazzo del Vescovo di Codigoro, Tesi di laurea 1996-97 (Biblioteca Com. Codigoro)
  • P. Golinelli (Traduzione e note di): Donizone- Vita di Matilde di Canossa -Jaca Book 1987
  • R. Varese :Gli affreschi di Pomposa in Storia di Ferrara -vol. V - Corbo 1987
  • Benati: Gli affreschi di Pomposa in Storia illustrata di Ferrara vol. I AIEP 1987
  • G. Fasoli: Pomposa - in Storia illustrata di Ferrara vol. I AIEP 19
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