Viortel Boldis

Poesie

 

 

 

COME UNA STATUA



Essere straniero
è peggio che essere una statua.
Stai lì, inerte, affamato e infreddolito,
coperto dalla testa al piedistallo
di tutta la cacca di tutti piccioni del mondo,
e non puoi fare niente.
I piccioni ridono, si divertono,
ti sbattono le ali in faccia,
si amano sulla tua testa
e non puoi fare niente.
Gli altri nemmeno ti odiano,
ti guardano appena, annoiati,
si stringono il naso
e si fanno i fatti loro.

IDENTITÀ

Pesanti e antiche le mie cattedrali,
Inebriante l’eco delle loro campane,
Strani ritmi, strane voci ancestrali,
Ricordano le terre lontane.

Ed ecco il centro dell’atomo che sono,
Il verbo finito in un angolo acuto
Girando intorno al vostro perdono;
Rimango per sempre assai sconosciuto.

Chi sono quelli che bussano alla porta
E vogliono scoprire il mio mistero?
Seppellendo i nomi divento una sorta
Di rovina, un strano e antico cimitero.

Qui, dentro il petto, ci sono i parenti,
Negli occhi, le tombe delle mie amanti,
In bocca, nelle fosse al posto dei denti
Giacciono le mummie dei poveri santi.

Alla mattina si chiudono i cancelli,
Il mondo dei sogni svanisce tra i binari,
Ma io resto lì, da solo nei castelli
E nelle cattedrali antiche dei templari.

 

IN BARBA A QUALCUNO

In questo lungo treno della vita
Vorrei andare anch’io in prima classe,
Ma trovo barricata la salita
Dai critici e dalle loro tasse.

Mi sforzo per salire, un po’ tardi,
Mi fanno cenno verso la seconda,
"Ma chi ti credi, forse Leopardi!?
Senza gavetta, amico, non si sfonda!"

Hanno ragione e scendo dalle scale,
Rimango in seconda, non mi muovo,
In fondo, non è mica così male.
O forse sì? Allora ci riprovo

Dalla finestra. Non voglio dare retta
Ai critici. Neanche alla gavetta!

IL MIO NOME


In un angolo,
ritirati nella loro realtà
i poeti mettono punti e virgole,
dando un nome
a tutte le cose.
E poi li chiamano
una per una
e queste rispondono
alzando una mano,
o un' ala,
o un ramo.
"Chi sei tu"?
mi chiesero loro all’improvviso
mentre cercavo di passare
in punta di piedi.
"Non lo so" risposi
e loro mi chiamarono fuoco
e acqua e luce...
e aria ...vento, tempesta...
anima e materia,
tutta la ricchezza del mondo
e la miseria.
"Chi sei tu"?
mi chiesero loro un’altra volta,
ma io non c’ero più!

(Da Da solo nella fossa comune, Gedit edizioni, 2006)

POESIE INEDITE (lette al 7° convegno Nazionale "Culture e letteratura della migrazione - Reciproche ricezioni, Ferrara, aprile 2007)

 

 

L’AMORE DI CLAUSURA

In grembo porta il vento sussurri ancestrali.
Sbatte le porte del convento. Dentro le suore
di clausura compilano verbali. Fuori si muore.
Si ha paura. Un cieco cerca strada col candido
bastone. Tutto intorno è un burrone. Preghiamo
dice la madre superiore, e bianche le sorelle
incrociano le mani. Il cieco muore. Diranno poi
ch’è stata la colpa dei marziani. In grembo
porta il vento sospiri delle suore di clausura.
Sotto le lenzuola si suda di calura. A stento
Dio trattiene il respiro. Gocce di sudore
scivolano sul suo mento. C’è in giro un’aria
di peccato originale. Si spande la voce dell’
anziana madre. Sotto le lenzuola la tensione sale.
Bianche sorelle incrociano le mani sopra
le labbra bagnate. Preghiamo dice ancora
la madre superiore. Fuori il vento sbatte
le porte del convento. A stento Dio trattiene
i battiti del cuore. In grembo porta il vento
l’amore e il peccato. Da dietro le ombre sorride
l’angelo caduto. È fatto! Il Dio ha goduto.

IL CONTO

non tengo niente
né case né terre
nemmeno
un conto corrente
mi affido al vento
incostante stridente
ormai non mi spavento
non tengo denaro
nada nulla nafing
che cazzo di vita
da lupo mannaro
che faccio
ignaro
di cose e vizi
incolore
non bevo non fumo
faccio poco all’amore
sono un nullafacente
non spero
e non credo più in niente
cavalco la vita
come fosse una troia
e lei brutta stronza
sfottendo s’annoia
cavalco cavalco
ma domani la smonto
me ne vado in banca
e mi faccio un conto.



IL FAZZOLETTO BIANCO

Avevamo una casa bellissima, con muri di mattoni blu scuro, come il cielo prima di una tempesta autunnale, e le finestre abbastanza piccole, molto comuni nelle case dei contadini, ma che spuntavano verso il bosco e le dolci colline che circondavano il villaggio. Era un villaggio come tanti altri da quelle parti, con le case tutte in fila lungo le sponde di un ruscello che trascinava le sue acque limpidi tra le colline della Transilvania, nella regione chiamata Ardeal, là, dove pian-piano si addolciscono le cime dei Carpazi, lasciando spazio verso l’ovest alla puszta magiara. Transilvania, terra misteriosa fatta di leggende e miti, draghi e vampiri, streghe e malocchi, foreste, immense e meravigliose foreste. Io sono nato in quella terra, in quel mondo dimenticato dal tempo, prigioniero nei sogni dei nostri antenati, e degli incubi di qualche dittatore. Il mio villaggio era un pezzo di storia antica, al riparo dallo stress e della tecnologia, con gente semplice, che si salutava e si faceva gli auguri tutte le volte che s’incontrava per la strada, anche se non ci si conosceva di persona : ‘’Che Dio ti aiuti!‘’ ‘’Che Dio ti benedica!‘’. Saluto e risposta, semplicità d’anima e cuore. Lavorare la terra era la principale attività della gente e nessuno si lamentava: se dalla vita si chiede soltanto quello che basta e niente di più, non ci sono motivi per lamentarsi, giusto? Io ho imparato a tagliare l’erba con la falce quando avevo appena 6-7 anni. Mi ricordo bene, la falce era più alta di me, e qualche volta pure l’erba era più alta di me! Dio buono, quant’era faticoso, ma quanto mi piaceva! Portavo a pascolare le capre, poi le mucche e i bufali, andavo a scuola e prendevo dei buoni voti e i miei erano contenti. La vita da quelle parti e in quei tempi era così, semplice e dura, ma bella da morire! Non era la necessità che spingeva i genitori a far imparare ai figli - già dalla prima età - i vari lavori da contadino, erano le tradizioni tramandate dal padre al figlio da quasi 2000 anni, da quando questo mio popolo, il popolo romeno, spunto alla luce, ancorato nelle radici dache e romane . Fare il contadino nella Transilvania di quei tempi, sicuramente non era facile, ma la vita in campagna era straordinaria. Mio papà era un uomo duro, un “caporale” , con se stesso e con tutti. Senza ombra di dubbio mi voleva bene, però, quando combinavo qualche marachella, e ne combinavo tante, mi dava delle botte tremende. In quei casi, io scappavo dagli amici e rimanevo da loro fino a quando le acque non si calmavano. Il segnale che indicava quando potevo rientrare era un piccolo fazzoletto bianco appeso alla finestra dalla mamma, naturalmente all’insaputa del “caporale”! In realtà, io credo che lui ha sempre saputo di questo piccolo stratagemma, ma ha sempre fatto finta di niente. Comunque, quando gli dissi che volevo andar via a cercar fortuna chi sa dove, la prese male, essendo io anche figlio unico. “Se voi andare, vattene, ma non guardare indietro, non avere dei rimorsi, vattene per sempre“ disse lui sopraffatto dalla rabbia e dalla tristezza. E io, figlio suo, testardo come lui, sono andato. Nei primi tempi ho mandato loro delle lettere ma non rispondevano mai, poi, l’orgoglio mi spinse a fare una delle cose più brutte della mia vita: per quasi due anni non mi sono più fatto vivo. Alla fine però, il contadino che c’era ancora in me, che per fortuna non si era dileguato del tutto nella fitta nebbia padana, uscì allo scoperto, e sgridò tutta la rabbia , la tristezza e la malinconia che tenevo dentro. Così, decisi di ritornare, come il figlio perduto, come la pecora smarrita. Ma gli anni vissuti in questo freddo mondo occidentale mi spinse comunque a prendere delle stupide precauzioni. Mandai loro un’altra lettera: “Voglio tornare! Se mi volete ancora, mamma, nel giorno di Natale, appendi alla finestra un fazzoletto bianco, come facevi quando ero piccolo, mamma, ti ricordi? Se, quando arriverò non vedrò il fazzoletto alla finestra, vorrà dire che ce l’avete ancora con me, e allora tornerò sui miei passi, e non mi vedrete mai più!“. Detto e fatto! Il giorno di Natale arrivai nel mio villaggio. Erano passati due anni da quando ero via. Decisi di fare a piedi i due - tre chilometri che mancavano alla nostra casa. Man- mano mi avvicinavo, il cuore mi batteva sempre più forte. Speravo con tutto il cuore di trovare il fazzoletto bianco appeso alla finestra. Mancava poco, dovevo girare l’angolo e la nostra casa si sarebbe vista in lontananza. Girai l’angolo e ...la casa non c’era più, la nostra casa di mattoni blu, come il cielo prima della tempesta, era sparita. Al suo posto c’era un altra casa, con muri bianchi e senza finestre. Il cuore mi si fermò e mille domande mi caddero addosso come massi pesanti di roccia: “Forse l’hanno ristrutturata o magari ne hanno costruita un’altra, o forse l’hanno venduta, o forse ...o Dio, no, questo no!” Decisi di andare avanti comunque, per vedere, per capire. Mi misi a correre con il cuore in gola e quando finalmente arrivai vicino, capii tutto. Non era un’altra casa e non era nemmeno bianca, era sempre la nostra casa di mattoni blu, come il cielo prima della tempesta, ma i miei, la mia povera mamma e il mio duro “caporale”, per paura che un fazzoletto sarebbe stato troppo piccolo per essere visto da lontano, avevano tirato fuori tutte le lenzuola e tutti i panni bianchi, stendendoli dappertutto, sui muri, sulle finestre, sul tetto ...!
E da allora io sono diventato un poeta.


 

 


 

Approfondimenti:

L'autore

Da solo nella fossa comune (scheda bibliografica)

RECIPROCHE RICEZIONI E PAURE (con…fini culturali !) - pubblicato su Combats Magazine, dimanche 4 mai 2008 - http://www.combats-magazine.org:80/ (articolo sul 7° Convegno "Culture e letteratura della Migrazione - Reciproche ricezioni, Ferrara 11 e 12 aprile 2007)

 

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