Viortel Boldis
Poesie
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COME UNA STATUA
IDENTITÀ Pesanti e antiche le mie cattedrali,
IN BARBA A QUALCUNO In questo lungo treno della vita IL MIO NOME
(Da Da solo nella fossa comune, Gedit edizioni, 2006) POESIE INEDITE (lette al 7° convegno Nazionale "Culture e letteratura della migrazione - Reciproche ricezioni, Ferrara, aprile 2007)
L’AMORE DI CLAUSURA In grembo porta il vento sussurri ancestrali. IL CONTO non tengo niente
Avevamo una casa bellissima, con muri di mattoni
blu scuro, come il cielo prima di una tempesta autunnale, e le finestre
abbastanza piccole, molto comuni nelle case dei contadini, ma che
spuntavano verso il bosco e le dolci colline che circondavano il villaggio.
Era un villaggio come tanti altri da quelle parti, con le case tutte
in fila lungo le sponde di un ruscello che trascinava le sue acque
limpidi tra le colline della Transilvania, nella regione chiamata
Ardeal, là, dove pian-piano si addolciscono le cime dei Carpazi,
lasciando spazio verso l’ovest alla puszta magiara. Transilvania,
terra misteriosa fatta di leggende e miti, draghi e vampiri, streghe
e malocchi, foreste, immense e meravigliose foreste. Io sono nato
in quella terra, in quel mondo dimenticato dal tempo, prigioniero
nei sogni dei nostri antenati, e degli incubi di qualche dittatore.
Il mio villaggio era un pezzo di storia antica, al riparo dallo stress
e della tecnologia, con gente semplice, che si salutava e si faceva
gli auguri tutte le volte che s’incontrava per la strada, anche
se non ci si conosceva di persona : ‘’Che Dio ti aiuti!‘’
‘’Che Dio ti benedica!‘’. Saluto e risposta,
semplicità d’anima e cuore. Lavorare la terra era la
principale attività della gente e nessuno si lamentava: se
dalla vita si chiede soltanto quello che basta e niente di più,
non ci sono motivi per lamentarsi, giusto? Io ho imparato a tagliare
l’erba con la falce quando avevo appena 6-7 anni. Mi ricordo
bene, la falce era più alta di me, e qualche volta pure l’erba
era più alta di me! Dio buono, quant’era faticoso, ma
quanto mi piaceva! Portavo a pascolare le capre, poi le mucche e i
bufali, andavo a scuola e prendevo dei buoni voti e i miei erano contenti.
La vita da quelle parti e in quei tempi era così, semplice
e dura, ma bella da morire! Non era la necessità che spingeva
i genitori a far imparare ai figli - già dalla prima età
- i vari lavori da contadino, erano le tradizioni tramandate dal padre
al figlio da quasi 2000 anni, da quando questo mio popolo, il popolo
romeno, spunto alla luce, ancorato nelle radici dache e romane . Fare
il contadino nella Transilvania di quei tempi, sicuramente non era
facile, ma la vita in campagna era straordinaria. Mio papà
era un uomo duro, un “caporale” , con se stesso e con
tutti. Senza ombra di dubbio mi voleva bene, però, quando combinavo
qualche marachella, e ne combinavo tante, mi dava delle botte tremende.
In quei casi, io scappavo dagli amici e rimanevo da loro fino a quando
le acque non si calmavano. Il segnale che indicava quando potevo rientrare
era un piccolo fazzoletto bianco appeso alla finestra dalla mamma,
naturalmente all’insaputa del “caporale”! In realtà,
io credo che lui ha sempre saputo di questo piccolo stratagemma, ma
ha sempre fatto finta di niente. Comunque, quando gli dissi che volevo
andar via a cercar fortuna chi sa dove, la prese male, essendo io
anche figlio unico. “Se voi andare, vattene, ma non guardare
indietro, non avere dei rimorsi, vattene per sempre“ disse lui
sopraffatto dalla rabbia e dalla tristezza. E io, figlio suo, testardo
come lui, sono andato. Nei primi tempi ho mandato loro delle lettere
ma non rispondevano mai, poi, l’orgoglio mi spinse a fare una
delle cose più brutte della mia vita: per quasi due anni non
mi sono più fatto vivo. Alla fine però, il contadino
che c’era ancora in me, che per fortuna non si era dileguato
del tutto nella fitta nebbia padana, uscì allo scoperto, e
sgridò tutta la rabbia , la tristezza e la malinconia che tenevo
dentro. Così, decisi di ritornare, come il figlio perduto,
come la pecora smarrita. Ma gli anni vissuti in questo freddo mondo
occidentale mi spinse comunque a prendere delle stupide precauzioni.
Mandai loro un’altra lettera: “Voglio tornare! Se mi volete
ancora, mamma, nel giorno di Natale, appendi alla finestra un fazzoletto
bianco, come facevi quando ero piccolo, mamma, ti ricordi? Se, quando
arriverò non vedrò il fazzoletto alla finestra, vorrà
dire che ce l’avete ancora con me, e allora tornerò sui
miei passi, e non mi vedrete mai più!“. Detto e fatto!
Il giorno di Natale arrivai nel mio villaggio. Erano passati due anni
da quando ero via. Decisi di fare a piedi i due - tre chilometri che
mancavano alla nostra casa. Man- mano mi avvicinavo, il cuore mi batteva
sempre più forte. Speravo con tutto il cuore di trovare il
fazzoletto bianco appeso alla finestra. Mancava poco, dovevo girare
l’angolo e la nostra casa si sarebbe vista in lontananza. Girai
l’angolo e ...la casa non c’era più, la nostra
casa di mattoni blu, come il cielo prima della tempesta, era sparita.
Al suo posto c’era un altra casa, con muri bianchi e senza finestre.
Il cuore mi si fermò e mille domande mi caddero addosso come
massi pesanti di roccia: “Forse l’hanno ristrutturata
o magari ne hanno costruita un’altra, o forse l’hanno
venduta, o forse ...o Dio, no, questo no!” Decisi di andare
avanti comunque, per vedere, per capire. Mi misi a correre con il
cuore in gola e quando finalmente arrivai vicino, capii tutto. Non
era un’altra casa e non era nemmeno bianca, era sempre la nostra
casa di mattoni blu, come il cielo prima della tempesta, ma i miei,
la mia povera mamma e il mio duro “caporale”, per paura
che un fazzoletto sarebbe stato troppo piccolo per essere visto da
lontano, avevano tirato fuori tutte le lenzuola e tutti i panni bianchi,
stendendoli dappertutto, sui muri, sulle finestre, sul tetto ...!
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Approfondimenti:
Da solo nella fossa comune (scheda bibliografica)
RECIPROCHE RICEZIONI E PAURE (con…fini culturali !) - pubblicato su Combats Magazine, dimanche 4 mai 2008 - http://www.combats-magazine.org:80/ (articolo sul 7° Convegno "Culture e letteratura della Migrazione - Reciproche ricezioni, Ferrara 11 e 12 aprile 2007)