Hossein Mohammadzadeh
e il suo dotar (Pubblicato su Città Meticcia - dicembre 2007) «Ci sono stati uomini giovani e belli che hanno avuto il coraggio di dire la verità, di opporsi all’ingiustizia e di protestare contro l’oppressione. Hanno pagato con la vita oppure sono stati rinchiusi in prigione». Per il ventottenne Hossein Mohammadzadeh, affermato musicista iraniano, le parole libertà e democrazia sono piene di significato e lui stesso ha rischiato la vita per esprimere le proprie idee. Ancora due anni fa Hossein era uno studente dell’Accademia delle Belle Arti a Teheran e non pensava che dopo breve tempo sarebbe dovuto scappare dal proprio paese e chiedere asilo politico in Italia. Non immaginava che avrebbe dovuto lasciare la sua terra, famiglia, amici, carriera di musicista e cercare una nuova “strada” in un paese straniero. Perché ha lasciato l’Iran? «Quando in un paese regna il totalitarismo e la dittatura è ovvio che le persone a un certo punto iniziano a ribellarsi. Insieme a un gruppo di altri studenti abbiamo organizzato alcune manifestazioni contro la politica del governo. Erano manifestazioni pacifiche dove chiedevamo solo libertà e democrazia. Ma il governo la pensava diversamente, e sono iniziate le persecuzioni contro di noi. Per me lasciare la mia terra è stata una decisione molto sofferta, ma non potevo aspettare di essere arrestato per poi finire in una prigione da qualche parte. Molti dei miei compagni di università sono stati arrestati e nessuna delle loro famiglie sa dove siano finiti. Certo, puoi vivere tranquillo anche in Iran, ma devi accettare cose inaccettabili e io non ci sarei mai riuscito. Sono morte molte persone per difendere la libertà e anche per rispetto a loro non si possono chiudere gli occhi davanti all’ingiustizia». Com’è stato il suo impatto con l’Italia? «All’inizio molto difficile. Non parlavo la lingua e non avevo un posto fisso dove stare. Mi sentivo come un vagabondo senza una meta. Giravo per tutta Italia, mi spostavo in continuazione. Sono stato a Venezia, Roma, Milano, Treviso, Bolzano. Sempre in movimento, cercando qualche lavoretto per sopravvivere. Solo due mesi fa mi sono stabilito a Ravenna e qui mi sento finalmente più tranquillo. Ho iniziato a frequentare un corso d’italiano e sto pensando, anche se sarà molto difficile, di riprendere gli studi universitari». Quanto l’ha aiutata la musica in quel periodo? «Tantissimo! Quando sono arrivato in Italia mi sentivo un po’ come un bambino che fa molta fatica a esprimersi. La lingua è un ostacolo non indifferente e la musica mi dà la forza e mi aiuta ad andare avanti. Però non ho mai suonato per strada per guadagnare qualche soldo». Lo strumento che suona è molto particolare, assomiglia un po’ al mandolino… «Si chiama dotar e da noi è molto popolare. Ha origini persiane, molto antiche, che risalgono a 3500 anni fa. È costruito con legno di gelso e la sua forma assomiglia al mandolino ma ha solo due corde. Di solito il dotar si suona accompagnato da varie percussioni e lo si può sentire nella maggior parte delle feste, anche tra amici e familiari. Anche nella mia famiglia c’erano ottimi suonatori di dotar». Si può dire allora che sia cresciuto con la musica… «Sì, è vero. Mio padre suonava il dotar. Da piccolo lo ascoltavo e avevo un grande desiderio di imparare a suonare quello strumento. Quando avevo circa 9 anni papà ha iniziato a insegnarmi i primi accordi e presto sono diventato abbastanza bravo e ho iniziato a cercare dei maestri professionisti. Quando avevo quattordici anni mi sono trasferito a Teheran dove ho avuto la possibilità di continuare i miei studi musicali. Vedevo la mia famiglia solo nel periodo delle feste e durante le vacanze. C’era troppa distanza tra la mia regione, il Khorasan, e la capitale, per poterci vedere più spesso. Negli anni successivi ho iniziato a lavorare come insegnante di dotar e contemporaneamente ho continuato a dare concerti un po’ ovunque. I miei genitori hanno sofferto tantissimo la separazione ma erano comunque contenti, perché stavo realizzando il mio sogno diventando sempre più apprezzato e conosciuto in Iran». Suonava in un gruppo? «Sì, eravamo sei musicisti provenienti da vari paesi, tra cui Canada, Germania e Stati Uniti. Accompagnavamo una cantante persiana molto famosa, Sima Bina. Visto che vivevamo in paesi diversi era difficile provare assieme e quindi per i vari concerti ci preparavamo ognuno per conto proprio, incontrandoci poi nella data stabilita nelle diverse città del mondo per suonare». Adesso invece? «Per adesso sono solo, ma sono alla ricerca di musicisti disposti a suonare con me perché mi piacerebbe creare un nuovo gruppo musicale. Cerco di trovare la mia strada qui in Italia anche se non so come andrà a finire. So solo che la musica per me significa molto, è sempre nel mio cuore, è dentro di me. È un’arte potente che arriva alla gente e dà la sensazione di libertà a chi la ascolta». Per chi volesse contattare Hossein, per informazioni su concerti o lezioni di dotar: hossein_mohamadzade22@yahoo.com
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