Povero
io sono
e solo i miei sogni posseggo
Cammina in punta di piedi
perché cammini sui miei sogni.
William Butler Yeats
«Effettivamente, se bruciassero le tende degli zingari, stasera,
domani potremmo vincere la partita di calcio… Se brucia anche la
casa di Andrei, che è fortissimo, domani non verrà a scuola».
Questo pensavo ieri sera, dopo aver origliato le discussioni da grandi
che mio padre faceva nella tavernetta con i suoi amici. Mi aveva detto:
«Andrea, vai in camera tua che dobbiamo fare discorsi da grandi!»
Ero già molto agitato perché oggi si doveva giocare ancora,
a scuola, una partita del torneo di calcetto.
Ieri pomeriggio mio padre aveva occupato il telefono per più di
due ore. Appena metteva giù la cornetta, il telefono squillava
di nuovo e papà urlava: «Adünansa… ci troviamo
da me, prima di cena, vedi di trovare anche Giuanin il Viscunt e il Vunsc,
Magher, Ratt, Tigher, Diaul, Busciun, Quader, Esercent, tucc!».
Tra tutti i sopranomi che avevano gli amici di papà Esercent era
quello che mi piaceva di più. Sembrava il nome di un rapper d’oltreoceano.
Gli amici chiamavano mio padre Parabula, forse perché ogni volta
che iniziava un discorso diceva: «Par esempi…». Invece
la mamma diceva che lo chiamavano così perché era un po’
la sua storia di impegno politico. E mia madre chiamava Parabula anche
lo zio, il fratello del papà, che è nel sindacato.
Ieri sera erano tutti lì, tranne lo zio, nella tavernetta di sotto,
e Giuanin diceva: «Dobbiamo mandarli via quei baluba. Quelli che
rubano nelle case e rubano i bambini e ammazzano la gente… zingari
comunisti mangiabambini…»
Il mio sogno è quello di fare il calciatore. E sogno di fare gol
come Mutu. Lo avevo visto quando ero andato allo stadio con il nonno,
a San Siro. Il nonno m’aveva detto: «Si va allo stadio, Andrea.
Per vedere il bel calcio e fare festa».
Oggi invece, a scuola, si doveva giocare contro quelli della sezione B,
fortissimi. E sono diventati ancor più forti da quando è
arrivato Andrei, “il rom”. Io invidio Sergio, non mi vergogno
e gliel’ho detto in faccia. Sergio è il mio amico d’infanzia,
il mio vicino di casa e compagno di classe fino all’anno scorso.
Poi ha cambiato sezione da quando mio padre aveva detto, alla riunione
coi genitori, che la sezione A doveva rimanere degli italiani e non si
dovevano inserire ragazzi stranieri. «E nemmeno terroni…»
aveva aggiunto papà a denti stretti mentre si sedeva. Ma ormai
gli altri genitori l’avevano sentito ed il padre di Sergio ha deciso
di spostare suo figlio in un’altra classe.
Sergio fa le vacanze estive dai nonni a Palermo. Ha in classe un cinese,
un marocchino, due filippini, un romeno e due zingari “rom”.
«I rom non sono romeni», dice Sergio. Glielo ha spiegato Gabriel,
il compagno romeno. Ma Andrei e Sergiu, i due rom, vengono dalla Romania.
Giocano benissimo a pallone. Arrivano ogni giorno a scuola con un pulmino.
Vivono in un campo nomadi in delle “tende provvisorie”. Li
hanno mandati via dalle baracche di un altro campo. «Sono un po’
vivaci, come noi» dice Sergio. E sono fortissimi nella corsa e nel
calcio.
Sotto, nella tavernetta, mio padre stava urlando parolacce, ieri sera.
Domenica gioca il Milan, si va allo stadio… Anche lì papà
dice le parolacce… Ieri sera papà ha tirato fuori la maglietta
con la scritta: Tegn dur contro il sud magrebino. «Non si sa mai»,
ha detto alla mamma.
Quella maglietta papà l’ha comprata qualche anno fa, ad una
festa dove erano tutti vestiti di verde, come dei marziani o come la squadra
dell’Irlanda. C’era un rito dell’acqua e tutti che gridavano:
«Fuori l’Italia dalla Padania, fuori la Padania dall’Italia,
e fuori l’Italia dall’Europa». Poi col tempo hanno cambiato,
gridano lo stesso, ma cose tipo: «Fuori gli zingari dall’Italia,
e tutti i baluba a casa loro».
Ricordo che c’era quella volta un uomo col fazzoletto verde che
urlava al microfono: «Noi quella gente non la vogliamo, padroni
a casa nostra, stiamo bene da soli…». Io pensavo che è
triste vivere da soli. Si era agitato per un’ora quel signore col
microfono. E tutti si agitavano con le bandiere quando lui alzava la voce,
diciamo ogni due minuti circa. Aveva sbagliato qualche congiuntivo il
signore col fazzoletto, ma ho capito che non era il momento per farglielo
notare a mio padre.
Papà era impegnato a urlare, con bandiera verde legata al collo
e con il volto rosso carminio: «Se-ces-siò-ne, Se-ces-siò-ne,
Se-ces-siò-ne».
C’erano tutti a urlare e agitare bandiere: Giuanin il Viscunt, il
Vunsc, Magher, Ratt, Tigher, Diaul, Busciun, Quader, Esercent. Col ritmo
un po’ rap. «Se-ces-siò-ne, Se-ces-siò-ne, Se-ces-siò-ne».
Il via alle urla l’aveva dato ancora l’uomo col microfono.
Quello con la voce rauca, quello che poi mio padre aveva messo sul desktop
del computer, a casa. La foto di quell’uomo vestito da Zio Sam con
la scritta: «Mì te voeuri!»
Ogni volta che accendevo il pc mi ritrovavo la faccia di quell’uomo,
con il cilindretto, il frac e il dito puntato minaccioso: «Mì
te voeuri!». Altro che uomo nero. L’uomo verde ad ogni accensione
del computer: «Mì te voeuri… mì te voeuri!»
Era diventato l’incubo dello schermo, il tormento del monitor. «Mì
te voeuri…?» In qualche modo l’uomo verde se l’era
preso, mio padre. Infatti papà ogni tanto tornava la sera in garage
vestito di salopette, come un imbianchino, sporco di vernice bianca e
verde. E sentivo che diceva alla mamma che lo aspettava con il vin brulé:
«Che ciulada sul cavalcavia!».
Scriveva sui muri di cemento cose tipo «Padania libera, Padania
ai padani» e altri slogan sentiti al rito dell’acqua. Lo zio
sindacalista, prendendolo in giro, le chiamava «installazioni artistiche».
Non penso che lo chiameranno mai alla Biennale di Venezia per una scritta
da cavalcavia tipo «romaladrona, padaniastato»…
Per il compleanno il papà aveva regalato alla mamma, tempo fa,
un «elegante set cucina sale pepe serigrafato con sole delle alpi»,
ordinato su Internet. La mamma aveva detto: «Adesso anche i miei
regali sono diventati sovvenzioni per il partito». E ha messo il
suo regalo nella tavernetta, per le riunioni degli amici di papà.
Che a volte giocano al Risik Padan. E bevono grappa «Va’ Pensiero».
Papà dice che il comunismo ha fatto tante vittime e che non bisogna
falsificare la storia. Lo zio gli risponde che forse è vero ma
neanche bisogna dimenticare quando noi andavamo in America.
Il papà dice che lo zio andrà all’inferno per quel
«forse» e che noi però non eravamo «con le toppe
al culo». Lo zio risponde: «Allora per chi fate la toppa Sole
delle Alpi?». Mio padre sotto la doccia canta: «Va’
pensierooo…». Che poi lo zio gli dice: «A furia di lavà
el penser… ghe n’è pù… l’è
andaa…». La mamma a volte fa dei lunghi sospiri e dice che
quei due, fratelli, prima o poi si prenderanno a botte.
Lo zio ha sposato una pugliese. Papà chiama anche lei, quando non
c’è la zia, baluba. «Maschile o femminile, sempre baluba
è» mi disse papà quando gli chiesi se anche mio cugino
fosse un balubo. Il papà dice: «Ognuno a casa sua».
Che tristezza, ognuno a casa sua! E ieri sera dicevano, nella tavernetta,
gli amici di papà: «Organizziamoci, difendiamo il nostro…
fratelli sul libero suol, meniamo i baluba… contro i baluba…
uniamoci!». E poi sono usciti tutti insieme, ringraziando mia madre
per la torta. E mia madre scuoteva la testa, preoccupata.
Allora se Andrei non si fosse presentato a scuola per il torneo noi avremmo
sicuramente vinto…
Andrei gioca scalzo ed è fortissimo. Sogna di fare gol come Inzaghi.
Un giorno, all’intervallo, quando Sergio me lo ha presentato, gli
ho detto: «Ciao, sono Andrea, quasi come Andrei. Ma tu, se giocasse
Italia contro la Romania, chi tiferesti?». Andrei mi aveva risposto
«la Romania», anche se dicono che lui è rom. Però
viene dalla Romania. E aveva aggiunto: «Ma comunque deve vincere
il migliore. E se nessuno migliore va bene anche uguale». «Uguale?»
ho chiesto io perché non capivo. «Sì, uguale, cioè
pareggio», m’aveva risposto Andrei.
Ma oggi non si è giocata la partita del torneo, a scuola. Andrei
è arrivato tardi a scuola, lo hanno portato, col solito pulmino,
delle persone grandi, preoccupate. Anche le prof erano preoccupate.
All’intervallo Andrei raccontava a Sergio: «Oggi tenevo stretto
per mano mio papà… hanno bruciato le nostre tende…
non si sa chi è stato. Papà dice che è gente razzista…
“razzista” sembra cattivo… se brucia le tende in cui
dovevamo abitare… forse lo è… era arrabbiato mio padre,
voleva dire tante cose ai giornalisti ma secondo me sbagliava qualche
parola. Io imparo l’italiano, non è facile ma papà
dice di studiare che così avrò più fortuna di lui
nella vita e saprò anche difendermi con le parole e parlare bene
coi giornalisti».
Questo pensava Andrei oggi, nel giorno della partita del torneo a scuola.
È venuto lo stesso a scuola e ci ha detto che gli dispiaceva per
la partita ma anche perché ora sentiva dire che si doveva traslocare
di nuovo, proprio sotto Natale, come un anno fa, perché si diceva
che la gente qui non li vuole. Proprio ora che suo padre aveva trovato
un lavoro e sua madre era contenta perché non si doveva più
andare in giro a chiedere la carità, come qualche mese fa.
E ci ha detto che ieri sera erano pure felici, era il compleanno di sua
sorella Adela, era venuto il Don, Massimone, Maria Grazia e tanti amici
a portare una torta ed una bambola. Per Adela era il primo vero compleanno.
Ma forse, diceva lei, non avrebbe potuto mai collezionare bambole. Traslocavano
troppo spesso.
Mi dispiaceva vedere Andrei così triste. Poi lui mi ha detto: «Se
vuoi possiamo giocare a pallone insieme qualche volta, se troviamo un
luogo dove giocare…».
Avvertenze per i lettori:
In quella scuola andavano anche Adela, Elena, Elisabeta, Georgia ed erano
compagne di Adele, Elena, Elisabetta, Giorgia.
La faccia di quel signore vestito da Zio Sam che punta il dito: «Mì
te voeuri!» esiste. E pure il Risik Padan. E se volete sapere di
più delle ciulade padane fatevi un giro in rete.
Avete fato un po’ fatica a districarvi tra Andrea e Andrei, tra
Sergio e Sergiu? Affari vostri. Quella piccola differenza nei nomi vi
ha disturbato nella lettura? Affari vostri.
Quella piccola differenza nei nomi racconta molte altre differenze nelle
loro vite. Ma non nei loro sogni da bambini. Che sono affari nostri, di
tutti. Anzi, ci riguardano.
Dedica:
Ai ragazzi che menano il balòn sul campo di calcetto in un parco
di Milano.
Ai sognatori che hanno regalato loro il campo per giocare, i palloni e
qualche sogno in più.
A coloro che rendono i sogni dei bambini realtà.
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